17 febbraio 2019
Recensioni

Nel Paese delle mezze verità, ecco la City of Lies di Furman

>Cristina Breuza Cristina Breuza
Feb 04, 2019

Qualche settimana fa, avendo un pomeriggio libero, sono stata al cinema alla proiezione del film City of lies, l’ora della verità.
L’ora della verità arriva nel Paese delle mezze verità.

Il film di Furman, con un impeccabile flashback, ci riporta al 1997, quando sotto i colpi di un’anonima pistola due grandi rapper – Tupac Shakur e Notorious B.I.G. – morivano a pochi mesi l’uno dall’altro. Nulla è cambiato da allora, eppure un’indagine cerca di districarsi nel dedalo di bugie costruito attorno alla morte di questi due artisti americani.

Il regista Brad Furman, ispirandosi al romanzo d’inchiesta di Randall Sullivan (2018) LAbyrinth: A Detective Investigates the Murders of Tupac Shakur and Notorious B.I.G., the Implication of Death Row Records’ Suge Knight, and the Origins of the Los Angeles Police Scandal,  mette in luce aspetti volutamente oscurati sui due casi irrisolti di omicidio.

È il settembre del 1996 quando la città di Las Vegas è segnata dall’omicidio di Tupac Shakur. Qualche mese dopo a Los Angeles, nel Marzo 1997, un altro rapper si spegne sotto dei colpi di pistola: Notorious B.I.G.

Tra la rabbia dei fan – che  presto degenererà in veri e propri scontri e disordini urbani, come si intravede alla fine del film Notorious (2009) – teorie discordanti e interpretazioni molto diverse le une dalle altre, gli omicidi dei due rapper afroamericani restano irrisolti.

Una dinamica molto diffusa negli USA. Difatti, la maggior parte degli omicidi dei neri rimane senza un colpevole, anche dopo lunghi processi mediatici, come scrivono i diversi attivisti nei vari contribuiti del libro Stand 4 What di U. Net (2018),  precedentemente recensito. Esiste quindi disparità non solo di pena, ma anche di giustizia, trasversale nella società americana.  Si parla, perciò, di razzismo istituzionale. È a partire da questa disparità di diritti e di trattamento che l’intera vicenda cinematografica si sviluppa.





Il film ha due protagonisti principali: l’ex-detective Russel Poole interpretato da un impeccabile Johnny Depp e il giornalista  dell’ABC Jack Jackson, in cui Forest Whitaker si cala nella parte in modo davvero impegnato.

Fin da subito la tensione è palpabile. Los Angeles appare inospitale, corrotta,cupa, insanguinata dalle lotte tra le gang, segnata dagli abusi della polizia e lacerata dal razzismo quotidiano. In proposito, particolarmente evocativa è la frase di Poole  a Jackson:

«Un uomo bianco spara e uccide un uomo di colore. Di chi è la colpa?»

Una delle frasi più significative della storia. È infatti capace di far mettere in discussione, attacca e stordisce chi guarda il film.
Così a bruciapelo lascia senza risposta certa. Dove e in chi sta la verità?

Ci viene in aiuto Poole, il quale ci suggerisce:

«La risposta è fare più domande!»

Proprio come lui, che negli anni non si è arreso al sistema di giustizia, che prima boicotta e poi rigetta apertamente il risultato delle sue indagini sulla morte di B.I.G. e sugli avvenimenti successivi. Ufficialmente i due rapper sarebbero stati uccisi per un regolamento di conti tra gang rivali…

Semplice no?

Nonostante questa sconfitta, pur essendo ormai in disgrazia non solo a livello lavorativo, ma anche personale e familiare, Poole sofferente e quasi ossessionato dal caso continua, contro tutti, a svolgere le sue indagini.  In questo è aiutato da Jackson.

Tra i due il rapporto non dei più idilliaci. Vi sono infatti attriti, incomprensioni e contrasti.  La coppia è unita, però, nel fine comune di fare emergere il colpevole, che sembra essere senza volto, ma con un’identità precisa quella dell’avidità personale di diversi soggetti e della collusione dell’intero dipartimento di polizia.

In un clima omertoso e corrotto, quindi,  i due approfondiscono le loro ricerche. La domanda al centro dell’indagine è sempre: 

«Chi ha ucciso Notorious BIG? »

Tuttavia, cercando di rispondervi, altre se ne sviluppano in modo vorticoso. Ne deriva una situazione appassionante,  affascinante, ma assai caotica. Ancora una volta l’ora della verità passa.

Si delinea un quadro a tinte fosche in cui alla domanda non c’è risposta, perché qualcuno, esattamente come vent’anni fa, deliberatamente non vuole trovarvi risposta. Infatti, come afferma Poole amaramente:

«Un omicidio come questo… resta irrisolto solo se la polizia non vuole risolverlo».

Ne deriva uno scenario malinconico, confuso, quasi maligno. L’ora della verità sembra essere già trascorsa…  

Il film è un continuo flashback  e zoomare sul presente. La storia d’indagine, pertanto, si sviluppa  a perdifiato e in modo labirintico. Lo stile documentaristico si confonde con scene d’azione, intermezzi biografici e spaccati polizieschi.
Anche se la disillusione fa capolinea nella storia, un invito percorre tutto il racconto: perseveranza, impegno, sguardo critico e una buona dose di disincanto possono comunque portare a dei risultati. Possono portare a denunciare un modo di fare ingiusto e criminale.

Ne risulta, per tutto questo, un film avvincente che racconta la dedizione di due professionisti che da punti di vista diversi cercano di portare a galla una verità scomoda. La vicenda, infatti, può essere il punto di partenza per riflettere come ad oggi l’appartenenza etnica possa incidere potentemente sulla rappresentazione mediatica di un evento tragico. In questo si intravedono quelle basi sociali dell’Hip Hop di cui parla Jeff Chang (2005).

Sarebbe tuttavia riduttivo sostenere che il film parli esclusivamente di questi cruenti omicidi. Ci sono tematiche sovrapposte che a prima visione possono rimanere sullo sfondo.

Un film coinvolgente, capace di fare sviluppare riflessioni su una società in crisi, con l’aspirazione al cosmopolitismo, ma di fatto profondamente ripiegata su se stessa e per questo ottusa e disillusa. Siate curiosi! La «curiosità è insubordinazione allo stato puro», come affermava lo scrittore Vladimir V. Nabokov.

Fatevi domande, anche se le risposte potrebbero non piacervi, turbarvi, ferirvi e ossessionarvi, come quest’ex agente.

Solo superando «pensieri dentro scatole ordinate» e «preconcetti in buste preconfezionate» (J- Ax, in Dentro Me, dall’Album Meglio prima (?), (2011), ci sarà un margine di miglioramento.

Sarà in quel momento che l’ora della verità scoccherà!

Consiglio il film, che ha una trama intensa e densa, come spunto di approfondimento e di dibattito tra amici per un sabato sera alternativo!