14 dicembre 2018
Report

Siamo stati al DAMN Tour di Kendrick Lamar. Il report de lacasadelrap.com

>Cristiana Lapresa Cristiana Lapresa
Mar 12, 2018

Siamo stati al DAMN Tour di Kendrick Lamar, e non ci siamo ancora ripresi.

La redazione de lacasadelrap.com è volata ad Amsterdam per assistere alla data olandese del DAMN Tour di Kendrick Lamar. Con questo report abbiamo voluto mettere per iscritto e farvi vivere un po’ di quello che abbiamo visto lo scorso 23 febbraio allo Ziggo Dome. Buona lettura!

Tempo fa scrissi un saggio in cui ho raccontato dell’impegno sociale, attraverso la musica e non solo, di uno dei personaggi del rap americano oramai più noti del pianeta: Kendrick LamarNon è infatti un mistero, ma non è neanche più tanto facile che accada, che uno dei migliori artisti in circolazione della nostra generazione sia anche una figura chiave per parlare di lotta e denuncia sociale (basti vedere quanto oggi il coinvolgimento politico dell’Hip Hop sia completamente diverso da quello dei ’70). In particolare, il rapper di Compton si è esposto, nel tempo, su temi attualissimi e legati a episodi di cronaca quotidiana che negli ultimi anni hanno invaso gli Stati Uniti d’America: dalla politica di Obama alle gang, dalla polizia bianca contro la comunità afroamericana, fino alle condizioni di vita nelle periferie.

Una presa di posizione evidente, che si è ripercossa nelle lyrics e in tutta quella che è l’eredità discografica di Kendrick Lamar, che anche nel DAMN Tour si riconferma nel ruolo di best rapper alive. L’artista è il portatore sano di un genere ormai mainstream e di intrattenimento, nel quale è però ancora possibile (e doveroso) parlare di qualcosa di importante. La sua performance è la conferma che la musica può e deve essere un aggregatore di idee a livello globale.

Nel 2018 il suo tour europeo ha toccato diverse città, esclusa la nostra penisola – come è ingiusto che sia: per questo motivo, caparbietà in spalla e tanta voglia di vedere il nostro Kendrick suonare dal vivo, una delegazione della nostra redazione è partita senza troppi pensieri, per andare ad assistere quello che oggi è, a detta mia, ma credo anche per i miei illustri colleghi, il miglior concerto rap mai visto nella mia vita.





Abbiamo scelto di essere presenti alla data olandese del tour, organizzata il 23 febbraio allo Ziggo Dome di Amsterdam. Apertura ore 19.30 (inevitabilmente puntuali, gli orari di questo tipo si confanno in modo egregio agli acciacchi della mia post-adolescenza): JAMES BLAKE è l’artista europeo (UK) scelto come opening act di tutte le date DAMN Tour. Fino a questo momento mai visto dal vivo, il suo live è una commistione tra voce angelica e musica elettronica: una specie di paradiso moderno, insomma. Nuvole di fumo tra sequencer e drum machines, all’unisono con fasci di luce verdi e blu durante tutta la performance. Viaggi emotivi. La differenza stilistica tra lui e il suo successore sul palco è compensata dall’uniformità dell’esperienza: siamo andati in cielo, e poi siamo tornati.

La parte migliore del viaggio, però, deve ancora iniziare. Terminato lo show di Blake, cala il sipario nero con l’enorme scritta rossa DAMN Tour, dietro il quale i tecnici si danno da fare per il cambio palco. Sono momenti di adrenalina, curiosità, cose che si muovono nello stomaco miste a tachicardia, quelli che precedono il buio totale e le grida immediate del pubblico che sta per assistere al miglior one-man-show dell’anno – almeno fino a quando vedremo Eminem, e lì vedremo che succederà.

Il concerto si apre con un video proiettato sui due enormi schermi laterali e su quello centrale, in cui il film surreale The Damn Legend of Kung Fu Kenny accompagna il riempirsi di fumo bianco tutta la pavimentazione del palco, nella quale spunta una botola da cui vedremo apparire il protagonista della serata. Ci siamo sentiti esattamente come si sente fisicamente un astronauta che sta per lanciarsi nell’iperspazio: completamente fatti di adrenalina. Ci scusiamo per le urla di gioia e per l’eccessiva movimentazione.

“DNA”, subito seguita da “Element”, sono le prime due tracce di un concerto che vede susseguirsi un numero sufficiente di brani, ma non tutti, dell’ultimo album “DAMN” (“Pride”, “Feel”, “Love” e l’acclamata “Loyalty” in cui speravamo di veder spuntare una Rihanna in carne ed ossa sul palco, ma così sarebbero state troppe gioie in un solo giorno). Non possono mancare anche brani del passato: “King Kunta” e “Alright”, due delle tracce di punta di “To Pimp A Butterfly”, il suo album precedente, e altre perle da “Good Kid, M.A.A.D City” come “Bitch, Don’t Kill My Vibe”, “Swimming Pools”, “Backseat Freestyle”. Ci sono anche outsiders come le cover di Travis Scott (“Goosebumps”) e Schoolboy Q (“Collard Greens”), più la numero 7 della serie “Untitled Unmastered”, un disco-non disco, uscito nel periodo temporale tra “To Pimp…” e “DAMN”.

Kendrick Lamar indossa per tutta la durata del concerto una sorta di tunica bianca piena di frange e le sue celebri treccine: un santone, un messaggero, una figura sacra che guida un pubblico prevalentemente europeo, bianco e benestante attraverso le parole di canzoni che narrano di com’è essere nero e discriminato, dall’altra parte del mondo. E il bello è che ci è riuscito nella maniera più naturale possibile.

Pic by: theinfamousbee

Il momento più intimo e per così dire più “mainstream” del concerto è un cambio palco verso lo stage B, una gabbia posta al centro del parterre, illuminata da led lungo le sbarre, dentro la quale l’MC prende posto per rappare sulle basi di “Lust” e “Money Trees”. La gabbia si solleva sopra al pubblico fino a sopraelevare completamente un Kendrick capace di coinvolgere tutti senza alcun effetto speciale: da solo, col suo flow, in mezzo alle 17.000 persone dello Ziggo Dome.

Tornato sul palco centrale, la scaletta prosegue con le ultime hit, intervallate da video (anche un po’ strappa-sorriso) di Kendrick nel suo alter-ego Kung Fu Kenny, per non spezzare il tema d’apertura del concerto. Sul palco con lui in questo tour solo un paio di ballerini particolarmente agguerriti anche nelle arti marziali, e inoltre una band “invisibile” perché nascosta in una buca al lato del palco (vedere il concerto la seconda volta a Berlino, una settimana dopo, mi ha fatto accorgere finalmente che anche le basi erano suonate live – il che vuol dire che la qualità del live era davvero altissima, per scambiarle per il master strumentale del disco). Scenografia minimal se escludiamo lo schermo centrale per le proiezioni video, mobile in tutte le direzioni. Kendrick Lamar resta l’unico protagonista assoluto del proprio concerto, nient’altro.

Tutto questo è un climax verso il momento più alto della serata: il momento in cui l’MC si rivolge al pubblico olandese sulle note di “HUMBLE”, l’ultimo brano prima del bis, per il quale l’artista chiede l’aiuto di tutti nel cantare (da soli) il ritornello a squarciagola. Il rap dello Ziggo Dome risuona all’unisono, tre cerchi della morte si aprono nel parterre, il pogo nell’arena sembra una danza tribale. È la risposta che voleva, e sembra essergli piaciuta così tanto che “Humble” viene suonata e interrotta con la stessa modalità per ben sette volte. Sette. Questo perché il pubblico, prontamente istruito e allenato durante i mesi di attesa del tour, conosce le parole a memoria – strofe comprese – e sicuramente non si stanca dopo i primi due tentativi (come invece il pubblico tedesco: 1 a 0 per l’Olanda). Alla fine è andata più o meno così:

Dopo questo tour de force tutt’altro che spiacevole, il nostro MC esce di scena per rientrare per l’unico bis, in cui rappa sulle note di “GOD”. Dietro di lui, un mare azzurro sugli schermi. Acqua e fumo bianco, l’artista si muove lentamente, l’intensità della luce aumenta, la visione celestiale sta per finire. Gli applausi sono lunghissimi.

Torniamo a malincuore sulla Terra. Il concerto è finito, ma non dentro di noi. Quel giorno abbiamo fatto un viaggio nello spazio, un’esperienza che almeno una volta nella vita va vissuta. Una redazione incantata, emozionata e fiera di tornare a casa con in spalla uno zaino e una passione che si è concretizzata. Possiamo dire al mondo che noi un dio, quella sera, l’abbiamo visto in carne e ossa, che è afroamericano, e che ha chiuso il suo discorso universale lungo un’ora e mezza, fatto di luci, voce e coraggio, con un preciso messaggio: “I’ll be back!”.

E noi saremo lì ad aspettarti, caro Kendrick Lamar.

Grazie a: Eleonora, Lara, Carmelo, Francesco, Federico, Jacopo, Giulia.

Cristiana Lapresa
Caporedattrice di questo incredibile portale. Oltre la magia della scrittura, raccolgo idee e cerco di trasformarle tutte in emozioni.