09 dicembre 2019

Willie Peyote, Educazione Sabauda: l’intervista

>Raffaele Lauretti Raffaele Lauretti
Giugno 08, 2016

Educazione Sabauda, nuova fatica di Willie Peyote, è un disco che si apre parlandoci della sincerità: miglior pregio, miglior difetto e -sovente- propria aspirazione personale. 
Ogni brano che il nostro ci racconta è intimo, confidenziale; quindici brani in cui punta a raccontarsi e a raccontare ciò che lo ha circondato per l’ultimo anno e mezzo, il periodo di merda più bello della sua vita.
Minimo comune denominatore di tutto l’album -grazie alla supervisione dell’ottimo Frank Sativa– è il sound che, tolta una produzione affidata alle sapienti mani di Godblesscomputers, è stato -quasi- interamente riarrangiato e suonato da musicisti in carne ossa, che rendono l’ascolto accessibile anche a un pubblico non composto da rappers che ascoltano il rap che parla di rap (come ad esempio le coinquiline di chi scrive -ndr).
Proprio a metà del disco si pone “Etichette“: un pezzo contro i clichè, proprio come lo stesso autore si pone a metà tra cantautorato (con tutta la nostalgia della prima repubblica, a cui non apparteniamo più) e rap (con tutto il gesticolare, le catene e i cappellini pheeghi che Willie non ha, probabilmente, mai indossato), ponendosi al di là degli stereotipi d’entrambi i generi e regalandoci quello che è, in definitiva, uno dei migliori prodotti di questo 2015.

Ciao Willie, bentornato ne La Casa del Rap! Salto subito i convenevoli, visto che sei spesso nostro ospite e ti chiedo subito: “Educazione Sabauda”, cos’è? Perché hai chiamato così il tuo nuovo disco?
Allora, “l’educazione sabauda” probabilmente neanche esiste, poiché è una frase che ho coniato io per descrivere in qualche modo il mio essere profondamente torinese. Io sono uno dei pochi torinesi rimasti a Torino, con parenti tutti piemontesi, in cui bisogna salire di qualche generazione per trovare i primi non-piemontesi che -tra l’altro- erano montenegrini. Con “Educazione Sabauda” volevo racchiudere quel modo di essere tipico di noi torinesi che era, appunto, definito sabaudo: molto riservati. Sai che c’è il mito del “piemontese falso & cortese” ma sai che se hai avuto modo di conoscere qualche torinese vero non siamo così, siamo molto formali, molto educati, molto riservati, molto sobri -ed intendo in termini di presentazioni, non a livello alcolico- e con “Educazione Sabauda” volevo solo raccogliere questo insieme di usi e costumi tipici della mia terra.
Proprio nel disco dici che l’educazione sabauda non è solo “gianduiotti e bagna càuda”
Esatto, perché qualcuno potrebbe pensare che essere torinese si riassuma nei cioccolatini e nel piatto tipico di Torino, mentre in realtà è molto di più e -secondo me, come mi è stato confermato da altre persone che hanno ascoltato il disco- la frase che viene subito dopo racchiude bene il senso del sabaudo che intendo io. Il senso del dovere è tipicamente piemontese, noi siamo un popolo di gente che lavora duramente, si son sempre fatte le automobili in questa città, negli ultimi 60 anni! Prima di allora c’erano i Savoia, siamo un popolo naturalmente portato a lavorare e a rispettare le regole, anche se poi io non sono tanto bravo a rispettare le regole, però ho un senso del dovere molto radicato in me, com’è tipico dei sabaudi.

Partiamo dal sound, che mi pare il vero upgrade dall’ultimo disco, ti chiedo: come avete scelto il sound? Quanto c’è di suonato?
Rispetto ai dischi che ho fatto precedentemente, escluso il disco con i Funk Shui Project, che per quantità di strumenti suonati è più o meno simile, questo è sicuramente il disco più suonato che ho fatto in assoluto. Era un’intenzione sia mia che di Frank Sativa perché, come credo si sappia, lui è stato il direttore artistico dell’intero lavoro che è, quindi, un disco mio ma anche molto suo. La direzione è venuta naturale, volevamo fare una cosa un po’ più musicale. Entrambi, seppur con percorsi diversi, arriviamo entrambi da situazioni di “musica”: io suonavo il punk e il rock, mentre lui ha avuto a che fare con aspetti più soul della black music, durante la sua carriera e quindi avevamo entrambi molto voglia di avere degli strumenti suonati. Poi il resto è venuto da sé, non tutti i beat sono prodotti da Frank, alcuni sono di Kavah, alcuni di Dj Koma e il lavoro è stato fatto così: ci arrivavano i beat, andavamo in studio con i musicisti e di volta in volta facevamo risuonare le parti. Rispetto a quello che erano i beat originali siamo poi, ovviamente, andati molto più lontano, lavorando in divenire e senza mai dirci: “facciamo un disco così o cosà”, è stata una roba naturale.
 

Come avete selezionato gli skit? Il disco si apre allo stesso modo in cui si apre Santa Maradona (film fantastico, recuperatelo -ndr) e poi troviamo delle telefonate con tuo padre e tutta una serie di omaggi come ai Clash e ai Cypress Hill. Come li avete selezionati?
Semplicemente, Santa Maradona è uno dei miei film preferiti insieme all’Odio e quando in quel particolare dialogo, al colloquio di lavoro, tra Stefano Accorsi e il suo esaminatore dice che la sincerità è il suo miglior pregio, principale difetto e più grande aspirazione mi sono sentito rappresentato. Quello skit, per quanto sia comico, mi rappresenta molto. Per le telefonate con mio padre non c’è bisogno che te lo spieghi, vivevo un periodo particolare durante il quale parlavo con mio padre al telefono, mentre lui registrava. Quando ho avuto modo di riascoltarle tutte, ho avuto un flashback in quei momenti che non è stato neanche esattamente piacevole, ma abbiamo scelto le due più rappresentative. Gli altri skit, parlati da me o dai Milizia Postatomica, sono stati realizzati ad hoc.

Passiamo finalmente alla scrittura: mi è sembrato di notare che ci sia stato un tuo avvicinamento al cantautorato, pur continuando a rappare
Ma perché i rapper non sono cantautori?
Ecco, in realtà era proprio lì che volevo arrivare
Io mi sento un cantautore, anche le parti musicali a volte le compongo io, quindi perché non dovrei essere definito cantautore? A livello di testi, rispetto a quelli che vengono definiti cantautori, nei miei dischi come in quelli di molti altri rapper della mia “corrente” non ho nulla per cui sentirmi in difetto rispetto ai cantautori di oggi, se i cantautori sono Dente, Colapesce, Brunori, be’ Dutch scrive meglio, Ghemon scrive meglio e anche io ritengo di scrivere meglio di loro. Se il cantautore si giudica da come scrive, allora i rapper sono cantautori migliori dei cantautori stessi.
Però poi all’interno del disco c’è anche la parte rap che parla di rap
Certo, ma perché il rap è fatto anche così. Nello stesso pezzo rap che parla di rap, dico anche che questa polemica del fatto che non ci servono nuovi cantautori è una stronzata, perché a me i rapper che dicono le stesse cose nello stesso modo da 20 anni m’han rotto i coglioni e quindi preferisco qualcuno che faccia il cantautore e dia una ventata di aria fresca, invece che uno stronzo con le scarpe nuove che dice sempre le stesse cose. Peraltro poi bisogna anche analizzare una cosa che viene sempre lasciata in secondo piano: il rap che i neri fanno in America affonda le radici nella loro cultura musicale, noi siamo nati in Italia e la mia cultura musicale, come bagaglio, annovera anche i cantautori. Noi veniamo dai cantautori, lo dice anche Claver Gold ultimamente nelle sue interviste, siamo figli dei cantautori e non vedo perché dovremmo essere un corpo estraneo, semplicemente la gente non lo vuole capire. Io ho avuto la fortuna di partecipare prima e di presentare poi “Genova per voi” e ti garantisco che il livello della scrittura cantautorale è molto più basso di quello del rap. Io ed alcuni addetti ai lavori piuttosto importanti siamo dell’idea che il futuro della canzone d’autore è il rap, rap d’un certo tipo eh, non Guè Pequeno, ma forse Dutch, Marracash sta a metà visto che rispetta ancora i cliché tipici del rap. Uno come Dutch, uno come Ghemon hanno un’interpretazione che col rap c’entra fino a un certo punto e sono assolutamente il futuro della canzone d’autore italiana, cosa che sarebbe buona e giusta, perché quelli che rappresentano il futuro della canzone d’autore -cioè i cantautori- fanno cacare, a parte un paio.

A proposito di scrittura, tu hai detto che componi anche i tuoi brani e quindi ti chiedo: com’è lavorare sia sulla musica che sul rappato e il cantato?
Dopo aver chiamato i vari musicisti facevo le mie proposte a livello di arrangiamento, chiedevo dei determinati riff e quindi a livello compositivo in quel senso. Musicalmente, “L’una di notte” nacque da un pezzo che ho scritto io con il basso e la chitarra, mentre qui mi sono occupato molto più degli arrangiamenti. E’ stato naturale come scrivere le parole, perché sono facce della stessa medaglia, io poi non sono un grande compositore perché non suono il pianoforte, suonicchio la chitarra ma male, ho sempre suonato ritmici che a livello compositivo non aiutano, ma se mi trovo in studio con un musicista gli spiego piuttosto bene quali sono le mie idee. A livello compositivo non saprei scriverti sul pentagramma, ma saprei comporti anche da zero con la musica.
Beh, un approccio molto alla Dr. Dre: prendi, assembli e ci lavori sopra
Assolutamente sì, ma perché secondo me non ci sono tanti altri modi di lavorare. Certo, posso farmi dare il beat e scriverci semplicemente sopra, ma un arrangiamento da parte del beatmaker servirà. Se puoi, invece, farti rifare il beat in studio da dei musicisti che seguiranno le tue indicazioni e che in più ci metteranno anche del loro, che di conseguenza prenderanno quel pezzo e lo faranno arrivare in un altro posto rispetto a dov’eri partito. Avere tanti cervelli che lavorano a una cosa sola, la renderà comunque più fica. Mettendoci dentro diverse chiavi di letture si andrà più lontani, e sinceramente lo preferisco al restare dove si è sempre stati. Io non sopporto che un artista dopo 20-30 anni di carriera faccia dischi sempre uguali. Un artista deve evolversi, se sono 20 anni che fai musica allo stesso modo e non ti evolvi, hai rotto il cazzo, per come la vedo io. Poi ognuno è legittimato a fare le cose come vuole. Chi non si evolve, non ha diritto di definirsi artista. Fare il compitino non è Arte, è fare il compitino. Essere degli operai della musica non è essere artisti. Ligabue non è artista e non ci sono cazzi per me. Punto. 
Io capisco che non si debba essere tutti sulla trap, perché a me musicalmente la trap rompe il cazzo, ma To Pimp a Butterfly è un disco innovativo, per quanto richiami a cose già sentite. E’ un disco che ti fa venir voglia d’essere ascoltato. Nel suo piccolo, anche Joey Bada$$ è innovativo, nonostante rappi sui beat di Premier e faccia cose già viste e già sentite. Ci sono altri rapper che, obiettivamente, metti su un loro disco oggi e facevano quella roba -meglio- 20 anni fa. Sono contento di non aver mai fatto due pezzi uguali. Bisogna capire dove si vuole andare, a me il rap sta stretto e lo dico anche nel disco, perché è fatto di cliché, di regole, di stronzate che ci raccontiamo per giustificare la nostra frustrazione. L’Arte è libertà di pensiero e movimento, il rap -per come ce lo siamo raccontato- è sempre stato pieno di troppe regole a farla da padrone ed è limitante per tutti.
 

Come hai scelto i featuring?
C’è Godblesscomputer, che io considero un featuring, poiché visto com’è nato il disco, con lui abbiamo solo discusso la stesura, poiché per il resto l’arrangiamento è tutto suo. Ci tenevo, perché lui è una persona di cui ho stima e mi faceva avere lui proprio perché è un artista che parte dal rap, come Dj del “Lato oscuro della Costa”, e oggi fa tutt’altro, non lasciando da parte il suo percorso. Tormento non te lo dico neanche: ha una classe infinita ed è un artista vero, ha visto situazioni che anche i giovani che adesso fanno due lire con ‘sta roba non le vedranno e non le hanno viste. Eppure lui è di un’umiltà disarmante ed è un onore: il primo concerto rap che ho visto fu dell’Area Cronica. E’ chiudere un cerchio. Paolito ed Ensi sono gli unici due rapper di Torino con cui non avevo ancora avuto il piacere di collaborare nella mia piccola storia e credo siano i più forti della mia città, averli entrambi sullo stesso pezzo mi ha fatto molto piacere, anche perché con Ensino era da 10 anni che dicevamo di voler fare un pezzo e non si riusciva mai. Abbiamo chiuso un cerchio anche lì.
E anche con la batteria di tuo padre, se non sbaglio, hai chiuso un cerchio.
Assolutamente sì. L’unica batteria suonata del disco la suona mio padre, a detta sua è il disco su cui ha avuto il piacere di suonare ed è stato un piacere sentirsi dire anche questo, visto che lui qualche disco l’ha fatto. Questo disco chiude molti cerchi e a livello di attaccamento umano rappresenta moltissimo, ed è sicuramente il miglior che io sia riuscito a concepire nella mia carriera a livello di tecnica, di gusto, di lavoro, di attenzione. E’ una soddisfazione, a prescindere da come andrà. Rispetto ai lavori precedenti, c’è un tentativo di portare l’hardcore a livello concettuale e di testi ma che sia accessibile a tutti, musicalmente. Volevo fare un disco che fosse orecchiabile e ben fatto musicalmente, ma che non mi snaturasse per questo: non mi sono rammollito né ho tolto le parolacce, ma mi sono reso più accessibile. Una buona comunicazione è una comunicazione che si fa capire, giusto? Io scrivo, quindi comunico e voglio farmi capire da tutti. Finché non sarò capito da tutti non avrò fatto bene il mio lavoro. Questo non vuol dire parlare da idiota, intendiamoci. Non ho tolto nulla al solito, ma volevo fosse ascoltato da persone che non ascoltano rap, quelle che di solito mi trovo sotto al palco. Fondamentalmente poi la situazione, a livello musicale, è una merda però poi vedi Caparezza, okay? Quanta gente c’è sotto il palco di Caparezza? Che tipo di persona ci sono? Tutti! I bambini di 4 anni e le coppie di sessantenni, con i mezzi rappusi e metallari, passando per tutto lo scibile umano. Lui li fa saltare per due ore di concerto e, mentre li fa saltare, insegna loro delle cose. Cosa c’è di meglio di uno che ti fa saltare mentre ti insegna delle cose? Lo fa a tutti ed io questo fare nella vita, non voglio rappare davanti a quattro che “devi fare gli scratch con questo vinile, perché se lo fai con un altro sei un coglione”. Io voglio arrivare alla gente, basta con le fregnacce. Se Caparezza ce la fa, non vedo perché non possa farcela qualcun altro -che non devo essere io per forza-. Secondo me, dobbiamo fare in modo che il rap in Italia venga sdoganato definitivamente e fare in modo che non sia solo fare gesti con la mano, collane e bosseggiare, perché può essere anche qualcosa di più in un Paese con la nostra cultura cantautoriale.
 

Il disco è fuori da pochissimo: hai già ricevuto qualche feedback?
Sì, un feedback c’è stato e posso dire che tutti coloro che hanno voluto esprimere il loro pensiero sul disco, in realtà, sono tutte persone che hanno capito quello che volevo si sentisse. Quando le persone capiscono il tuo percorso e il lavoro che hai fatto, allora vuol dire che il tuo lavoro lo hai fatto bene. Sono abbastanza contento.

Ricordaci dove seguirti
Ci sono il mio sito, Twitter, Facebook ed Instagram. Tra l’altro nonostante avessi sputato su quest’ultimo, nell’ultima intervista fatta insieme, posso dire che mi sono ricreduto ed è stato un mezzo efficace. Qualsiasi cosa mi permetta di raggiungere più persone mi va bene!

Raffaele Lauretti
Raffaele Lauretti
Scrivo di rap e studio filosofia. Nel tempo libero mangio la carbonara.