11 dicembre 2019
Interviste

Claver Gold: Melograno

>Raffaele Lauretti Raffaele Lauretti
Dicembre 09, 2015

Claver Gold e i Kintsugi avevano già stupito gli ascoltatori più attenti con “Crepa“, uscita in tempi non sospetti sul disco dei due produttori bolognesi. Ora sono tornati, con un disco intero, prodotto in circa due anni. Il disco, se disposti ad immergersi nelle personalissime liriche dell’MC, si dimostra un lavoro ricco, pieno di sfumature, con atmosfere sapientemente confezionate dal duo della città felsinea. Poche e calibrate le collaborazioni, metriche serrate, citazioni azzeccate e mai una linea di basso fuori posto, questa è la ricetta alla base di un disco che, certamente, muove un passo fondamentale nell’avvicinare il rap al cantautorato, evitando di cascare in quelli che -tipicamente- sono gli stereotipi del genere.
Ho avuto modo di incontrare Claver durante la presentazione di Melograno, questo il titolo del disco, a Bologna, grazie ai ragazzi di On The Move & Arena 051, ed ecco quanto ne è uscito.

Ciao Claver, benvenuto alla Casa del Rap, presentati ai nostri lettori.
Ciao, sono Claver Gold, è appena uscito il mio disco che si chiama “Melograno”.

Ecco, a proposito di “Melograno”, partiamo proprio dal concept del disco: come lo hai scelto? Come lo hai sviluppato nel tempo?
Il concept è nato circa due anni fa; inizialmente per gioco, mentre si strimpellava una chitarra, si faceva freestyle e si mangiavano dei melograni. Abbiam detto: “Dai, facciamo un disco che si chiama ‘Melograno'”, ci siamo informati sul concept del melograno, sul fatto che, per molte culture, rappresenti la fecondità femminile -visto che all’interno, il frutto ha tutti questi semi che rappresentano -appunto- il seme maschile. Da qui ci siamo intrippati, siamo partiti nel viaggio ed eccoci qui.

Okay, allora a proposito della scrittura: quanto c’è di autobiografico nelle storie che racconti?
Di autobiografico c’è il 100%, sono tutte storie che sono accadute a me o a gente che ho visto. Sono comunque storie che ho vissuto e quindi autobiografiche, perché vissuta in prima persona. Alcune cose sono messe sotto forma di metafora per non essere troppo diretti.





Ascoltando il disco mi è sembrato, anche rispetto a Mr. Nessuno, molto più lontano dai cliché del genere (escluso magari “Backstage”). Come mai questa scelta? Cosa pensi della scena rap attuale? Come pensi sia possibile migliorarla?
La scena rap attuale spacca, ci sono moltissimi rapper validi e veramente forti a fare il rap. Noi ci siamo distaccati un attimo dal rap ma non dalla cultura rap perché è da lì che veniamo e rimarremo sempre lì. Scrivere in questo modo mi viene naturale per il background di tipo cantautoriale che ho: avendo sempre ascoltato Capossela, De André, Rino Gaetano e tutti gli altri, è da loro che prendo gli spunti per scrivere. Ci sono però rapper che scrivono veramente bene come Murubutu, Ghemon, Rancore o Marra!

Tu hai citato la scrittura cantautorale, e mi pare che in realtà in Italia ci sia un conflitto tra chi dice che il “rap è solo rap, non cantautorato” e chi invece cerca di mescolare i due generi. Tu come ti poni?
Io sto dalla parte del cantautorato perché credo che il rap sia cantautorato a prescindere. Il cantautore è un autore di canzoni scritte da se stesso, non è come Lucio Battisti che se le faceva scrivere da Mogol. Se sei rapper, sei cantautore perché ti stai scrivendo una tua canzone. Il fatto di spostarsi verso il cantautorato forse vuol dire ammorbidirsi? Non so, se qualcuno ritiene che il cantautorato sia uscire dai canoni rap, dalla ghettizzazione dell’essere “il cattivo” forse ha anche ragione però poi ognuno scrive quello che sente. Il fatto che il rap sia vario e ognuno scrive quello che vuole è l’arma migliore. Rinchiuderlo in dei canoni del tipo “questo va bene, questo non va bene” non ha mai portato niente in nessuna cultura, quindi secondo me è libero sia il rappuso di dire che spacca il culo, sia uno che vuol dire
“sto male, sto in paranoia”, sia uno che vuole divertire.

Passando all’aspetto sonoro del disco, come avete scelto il sound? Ci sono stati dei compromessi tra te e i Kintsugi? Che so, vi siete mai cassati una linea di basso o una strofa?
Ogni tanto succedeva. Abbiamo dei pezzi che sono stati scartati ma per scelta comune, perché più leggeri e senza un tema preciso. Per il resto, loro sono stati molti più pignoli di me, sia per l’interpretazione che l’intonazioni e fattori che riguardano più la musica. Io sono uno che si accontenta e s’innamora a primo acchitto, nel senso: se mi piace subito, è buono e non c’è tanto da lavorarci, poi ovviamente ci si lavoro ma se c’è una buona idea, c’è tutto.

Com’è stato fare un intero disco con un team di produttori?
Un progetto in toto è tremendo. E’ difficile perché i tempi si allungano e ognuno ha i suoi tempi: io per i testi e loro per le produzioni. Quando poi ci si metteva insieme a comporre, io ero lì che scrivevo e loro magari mi facevano sentire qualche chitarra o basso e mi distraevano. E’ stato un lavoro molto più difficile che prendere un ragazzo e dirgli: “scusami, ti piacerebbe darmi dei beat?” oppure magari quando arriva qualcuno che ti chiede: “Vorresti dei beat?”. E’ un altro tipo di lavoro più complesso.
Ultimamente sembra essere una tendenza, poi. Credi ci siano dei motivi particolari dietro?
Credo che se ci si trovi bene, è giusto fare musica assieme, perché poi ne nascono un’empatia e delle emozioni che ti fanno stare bene. Io mi sono trovato molto bene anche con Fila nell’altro disco, e credo che il fattore empatico sia il vero risultato di un disco così.

Come avete scelto le collaborazioni? Non c’è neanche una strofa rappata che non sia tua.
In realtà, inizialmente, non volevo dei featuring. Volevo fare un disco per conto mio, alcune tracce sono talmente introspettive che è difficile inserire un altro nel tuo discorso mentale. Gli unici featuring sono ritornelli, accompagnamenti, bridge, proprio per rendere meno monotono il tutto e per amore nei confronti dei ragazzi che ci sono dentro come Anansi e gli altri!

Parliamo di Glory Hole: Com’è nato il progetto? Quali sono i piani futuri?
Il progetto è nato da alcuni rapper delle Marche dell’Abruzzo e ci si trovava a organizzare serate, fino a quando non si è deciso di fare un collettivo, io non ero sempre presente perché vivevo a Bologna, ma si facevano delle riunioni ogni tanto. E’ poi venuto in mente a Gaz, Andrea Gazzoli all’anagrafe, di creare una scena, una cosa che fosse nostra. Da lì ci siamo riuniti, cercavamo un nome ed io mi sono ricordato di un mio vecchio amico che mi aveva già detto: “guarda che ‘Glory Hole’ è una ficata” e da lì ci siamo guardati tutti in faccia e abbiamo detto: “Sì” e da lì è nata la Glory Hole. Poi ci siamo iniziati ad allargare con Brain, Lord Madness, Don Diegoh, Ice One e tutti gli altri. Ora siamo in espansione e magari verranno altri nomi, anzi, lo spero!

Qual è l’idea dietro Glory Hole? Visto che sembra esserci un minimo comune denominatore, quale dev’essere la tua idea di rap per far parte della Glory Hole?
C’è un filone comune, però in realtà noi ci conosciamo tutti e ci conoscevamo già da prima. I nomi più grandi sono stati scelti per qualità e per amicizia. I più giovani sono stati scelti per la qualità e perché secondo noi sono forti e potranno dire la loro nel panorama del rap italiano.

Parlaci del tuo rapporto con i fan! Mi pare tu abbia davvero uno zoccolo duro di fan, come hai instaurato questo rapporto?
(Ride) Sì, la mia pagina facebook sembra un po’ quella di Gianni Morandi, perché c’è un’interazione fortissima da parte del pubblico! Ho un bel rapporto con i fan perché credo che senza le persone che ti seguono, chiamarli “fan” mi pare un po’ da esaltati, non si possa andare da nessuna parte. Le persone che ti seguono sono le fondamenta e, soprattutto, lo zoccolo duro che ti ha portato un pochino di notorietà non va mai, mai, lasciato. Anche se dovessi riuscire a fare il salto di qualità ed arrivare ad una portata di duecentomila fan, preferirei averne sempre pochi ma attenti, gente che viene e ascolta, che sa quello che sta ascoltando e non si trova lì per caso. Poi io rispondo perché loro sono così affettuosi! Mi mandano quadri, tag, muri, treni e a me fa piacere, quindi è normale che dica: “grazie”. La cosa che dico di più infatti è: “grazie, ti abbraccio”, ma non lo dico tanto per dire, io li abbraccio veramente! (ride). Altre volte sono in difficoltà: “Come faccio a prendere questo? Dove trovo quello? Quando vieni a Brescia? Quando vieni a Napoli?” e allora uno cerca di aiutare. Creando questo rapporto, secondo me si crea un legame con la gente che fa capire il tipo di persona che sei. Io sono così: terra terra, papale papale, una persona buona e non mi interessa fare il personaggio. Sono così e mi piace avere un rapporto con loro, conoscere le loro idee.

Ricordaci dove seguirti!
Allora ragazzi, se mi scrivete su Facebook sarò sicuramente attivo. Poi ci sono Instagram, dove sono presente solo visivamente e infine Twitter. con cui non ho un buonissimo rapporto e infatti retwitto solo roba di altri. Infine c’è il sito della Glory Hole dove trovare tutto.

Raffaele Lauretti
Scrivo di rap e studio filosofia. Nel tempo libero mangio la carbonara.