08 aprile 2020
Interviste

La musica di Frah Quintale corre sulla playlist “Lungolinea.”

>Carlo Piantoni Carlo Piantoni
29 Luglio, 2017

La calura estiva è spesso e volentieri allietata da serate in musica. A Brescia città, tra gli appuntamenti, spicca ormai da diversi anni il Musical Zoo, festival musicale andato in scena dal 19 al 23 luglio in Castello, fortezza di epoca medievale arroccata sul colle Cidneo, nel cuore del centro storico della leonessa d’Italia.
Nell’ultima data del festival, quella di domenica 23, si è esibito anche un Bresciano Doc. Colorato, controcorrente e … (il terzo aggettivo ce lo siamo dimenticati alla fine!), l’artista in questione è Frah Quintale.
Già conosciuto come metà dei Fratelli Quintale, Frah spazia con disinvoltura tra batterie rap e chitarre indie.  Il suo vero esordio solista è arrivato con l’EP “2004”, pubblicato lo scorso autunno da Undamento, progetto che ha ottenuto un buon riscontro di pubblico e dei media musicali, che lo hanno definito “uno dei migliori prodotti musicali indipendenti del 2016”. Con la produzione di Ceri, il progetto è stato interamente realizzato in autonomia da Frah Quintale, che ne ha curato grafiche, video e comunicati stampa, scritti a mano. Un lavoro certosino!
Sempre accompagnato da Ceri, Frah è pronto a tornare con un nuovo progetto che vedrà la luce in autunno 2017. Il lavoro sta prendendo forma man mano, attraverso una playlist Spotify chiamata “Lungolinea.” nella quale stanno confluendo singoli, provini, parti strumentali e messaggi vocali. In sostanza un flusso creativo che andrà a comporre la release finale in uscita per Undamento. Dopo “8 miliardi di persone”,  “Hai visto mai” e “Sabato nel Parco”, recentemente si sono aggiunti gli inediti “Cratere” e “Nei treni la notte”.
Dall’incontro tra due bresciani il rischio di perdersi tra un “pota” e un “figa” e, l’interrogativo: “cosa ha fatto il Brescia?” è alto, ma noi lo abbiamo scongiurato abilmente.
Eravamo ancora sobri durante i preparativi pre live.

Ciao Frah. Partiamo in stile “rivista patinata”. C’è sempre un sottofondo nostalgico nei tuoi brani, così ti chiedo: a che età hai iniziato a fare musica? Qual è il primo ricordo che hai legato ad essa?
A fare musica ho iniziato all’incirca a 14/15 anni, dicendo: “ok, voglio provare a fare sta roba”.
Avevo un gruppo di amici che aveva una sala prove e ci trovavamo li. Io suonavo un po’ la batteria, la chitarra, cantavo, facevo un po’ di tutto. Conta che era proprio una roba di cazzeggio inizialmente.
I primi ricordi legati al fare musica, li associo al ritorno dalle vacanze. Mi ricordo che con mio fratello, in quelle situazioni, scrivevamo delle canzoni a caso in macchina per far passare il tempo. Ricordo che era una cosa che proprio mi piaceva fare.
Diciamo che su questo stile ho poi ripreso alcuni skit, come ad esempio quello a conclusione di “Terapia” (brano estratto dall’EP “2004” – n.d.r.). In questo caso lo skit l’ho recuperato in una cassetta che io avevo trovato in un vecchio mangianastri e che noi ai tempi registravamo nei momenti più di cazzeggio. Non facevamo musica al tempo, ma ogni tanto registravamo queste cose.

Qual è stato invece il primo disco che hai imparato a memoria e perché?
Il primo disco che ho imparato a memoria non c’entra niente con il rap. Io ero super in fissa con i Meganoidi (gruppo indipendente genovese nato con grosse influenze ska – n.d.r.), quelli del singolo “Supereroi contro la municipale” (estratto dall’album “Into the Darkness, Into the Moda”, 2001 – n.d.r.) e quel disco lì mi gasava proprio da matti!
I loro primi due dischi li ho consumati. Facevano ska ai tempi e ho visto un botto di loro concerti, perché io inizialmente ero partito da quella cosa lì, mi ero comprato i dischi e tutto. Poi con il tempo mi sono avvicinato sempre di più al rap e, mi sono imparato anche i dischi Hip Hop americani, però il primo ricordo in assoluto e, ti parlo delle scuole medie,  sono stati i Meganoidi.
Figo!

Tornando agli strumenti che nominavi in precedenza, tu ne suoni? E in tal caso, questo come ha migliorato la tua musica?
Ok. Ti dico, mio padre suonava la chitarra, così in cazzeggio e, io mi ricordo che la prendevo in mano e ci provavo, così, giocando a mia volta.
Non ho mai preso lezioni, seguito corsi o studiato uno strumento, però ricordo che appena trovavo uno strumento ci andavo un po’ in “autismo”. Ho un buon orecchio, non so suonare niente a livello accademico, però me la cavo nello strimpellare qualcosa, tra cui la batteria che è lo strumento che suono in modo più naturale.
In studio sì, mi aiuta un botto. Nel 2000 e qualcosa, avevo preso un campionatore MPC e così ho dedicato del tempo anche a studiarmi la macchina. Questa cosa mi ha formato tantissimo e mi ha aiutato.
Da un paio d’anni a questa parte, da “Tra il bar e la favola”, ho iniziato a dare il mio contributo anche nella produzione. Tante cose che sono uscite ultimamente sono nate da cose mie. Io uso Logic a livello standard, con dei suoni di base proprio, però a livello di idee mi piace dare un contributo. Le idee poi le sviluppa di più Ceri a livello di qualità del suono, etc. e questa cosa mi piace e aiuta di brutto.
Quando fai musica e, magari lo fai solo a livello di testo e melodia e hai un produttore che ti da una mano, non sempre riesci ad ottenere quello che hai in testa. Mentre se hai una buona concezione anche dell’aspetto della produzione la tua musica risulta molto più completa.
La vera personalità di un artista la cogli quando lui riesce a curare sia la produzione, sia il testo e le melodie.

Devo romperti le balle sui Quintale. Come mai la scelta di mantenerlo nel tuo nome artistico?
Guarda, lo sapevo (risate). Secondo me sono sempre stato Frah dei Fratelli Quintale e quindi non vedo il motivo di toglierlo. Frah e basta non mi dice niente di nuovo e non riesco a dargli una collocazione.
Quintale è una cosa che è nella mia storia e quindi mi sembrava giusto mantenere il nome. La gente pensa che sia il mio cognome (risate), ci sta per dare un riferimento che fa parte di me.





Velocemente, il brano a cui sei più affezionato del periodo FQ?
Cazzo ce ne sono un po’! Fammici pensare.
Secondo me c’è né uno per ogni disco. Tipo, per “Reverse Coconuts” c’è “Siamo noi” che ci ha fatto fare tanto, ma anche “Musica da brividi” è da ricordare. Guarda, focalizzandoci sul periodo “Onehundred” ti dico che “Un altro tiro” è la traccia a cui sono più legato anche per una questione di input che mi ha dato per iniziare a fare ritornelli e cose cantate. Questo pezzo è stato un giro di boa per me. Tra tutti “Un altro tiro” è la roba più figa.

E del tuo percorso solista? In una recente intervista hai parlato di “Cratere”…
Sì, il brano ha un anno e una storia, ma in questo caso ti dico l’ultimo singolo: “Nei treni la notte”.
Questo brano è molto più significativo per me. La sento mega generazionale come traccia. È un legame di cuore, ti puoi affezionare ad una donna perché l’amore arriva e poi passa, ma “Nei treni la notte” ricordo tutte le cose più fighe che io ho vissuto, belle e brutte che ho fatto. Parla tanto anche di Brescia e racconta il posto da cui vengo. Il beat è mio, ci sono dentro tante cose mie.
L’ho scritto in una situazione particolare, ero in studio da solo da una settimana ed è uscito alle 4 del mattino come se fosse stato una magia. Mi piace perché è stato semplice scriverlo.
“Cratere” è un brano che ho costruito a livello di struttura, pensato, lavorato, più canzone, mentre “Nei treni la notte” è stato scritto senza pensarci, avevo delle frasi e le ho buttate giù.
Quando succedono queste cose qua in studio mi dico: “wow!”.
È decisamente la traccia a cui sono più legato tra le ultime robe.

Allora ti chiedo, come è cambiato nel tempo il tuo approccio alla scrittura?
Credo che sia cambiata la mia ricerca verso cosa voglia fare. Quando rappavo di più avevo l’impressione di dover essere sempre attuale ed adeguarmi a quello che anche gli altri facevano in quel momento.
A livello di scrittura adesso lavoro su delle frasi che non per forza devono avere una rima e, non per forza dici “wow” perché hai fatto un gioco di parole figo, ma allo stesso tempo lo pensi perché ti sto passando un’emozione o un’immagine. È una ricerca di immagini che voglio far vedere anche a te.
Nel rap, scrivendo testo e rime, devi essere bravo nell’interpretazione. Nel cantato, con la melodia, sei più libero di trasmettere qualcosa.
Non lo so, non dico che fare il rap mi abbia stufato, però non era la carta più forte che avevo in mano secondo me. Ho altre carte da giocarmi e credo sia figo poter mescolare le esperienze per fare un upgrade.
Guarda quando ci siamo conosciuti, Silvano (Coez – n.d.r.) è stato uno dei primi a farmi capire che si poteva fare della musica, anche in chiave rap, senza che per forza fosse quella cosa lì.
Alla fine questo è quello che io ho sempre cercato nelle cose mie e nella roba che ascoltavo e, che magari non avevo mai avuto il coraggio di tirar fuori. Lui mi ha fatto capire questa cosa qui.
Io ci ho provato alla mia maniera.

Tu sei molto creativo. I comunicati stampa scritti a mano, i video fatti con le foto Kodak, le cover personalizzate, etc. Ritieni che questa scelte possa essere vincente sul lungo periodo e, se si perché?
Alla fine quando vai a dare alla gente un prodotto che fai tu personalmente, stai proprio dando un pezzo di te e, ogni lavoro è dedicato, personalizzato. Non sono copie stampate in serie, cazzo io ci metto davvero tutto me stesso nel progetto, dalla realizzazione della traccia al disegno della copertina.
Per gli affezionati è una cosa che davvero ti lega. Quella cosa lì poi non te la può togliere più nessuno. In sostanza è come essere tutti sullo stesso livello e io ti sto dando la mia roba, qualcosa di mio per davvero.

Sul versante figurativo, tra disegni e graffiti a che punto sei oggi?
Attualmente sono un po’ fermo. Ho fatto diversi lavori, iniziando proprio in strada tra treni, etc. Poi negli anni l’ho fatto anche come “mezzo lavoro”, ma adesso ho deciso di dedicarmi pienamente alla musica.
Ovviamente però mi sono portato dietro questa vena creativa, si vede che provengo da quel modo lì e non ho abbandonato quell’aspetto. Io i graffiti li guardo ancora, sono mega gasato, faccio gli sketch e tutto, però è una disciplina in cui devi applicarti al 100%, tutti i giorni e, io non ho il tempo.
Voglio farlo, ma al primo posto c’è la musica e questo aspetto lo sviluppo parallelamente alla musica.

Veniamo ai progetti in corso. La playlist Spotify “Lungolinea.” sta prendendo forma. Di che si tratta?
Tutto è nato perché volevo fare uno skit per il disco nuovo. A mio avviso questa cosa degli skit in Italia è stata un po’ mollata, soprattutto rispetto ai ’90, ma sono fighi.
Così avendo delle produzioni che non volevo buttare, mi sembrava uno spreco, ho deciso di metterci qualcosa sopra (scorrendo la playlist potete trovare ad oggi Visualizzato 01 e 02 o Consegnato 01 e 02 ad esempio – nd.r.).
Adesso stiamo caricando piano piano un po’ di materiale, anche roba edita come “Colpa del vino”, poi in dirittura d’arrivo, per il disco (atteso per l’autunno – n.d.r.), vedremo di fare una bella scrematura di quello che c’è.
Poi il lavoro uscirà anche in una versione fisica. Stiamo studiando qualcosa per fare davvero un bel prodotto fisico. Io sì, il fisico lo vorrei sicuramente fare! Capito!? (riferendosi a Tommaso Fobetti di Undamento – n.d.r.).

A proposito di fisico: cosa ne pensi dei servizi musicali in streaming? Anche in relazione al tuo lavoro con Undamento.
Secondo me lo streaming è una svolta! I dischi non li acquistava più nessuno e la pirateria ha scardinato l’ingranaggio. Poi ti dico, se fai le visualizzazioni anche per l’artista lo streaming conviene. Devi farne tante.

Mi quantifichi quel tanto?
Devi parlare con lui (indicando Tommaso, che interviene – n.d.r.).

TF: Guarda, dipende, la quantificazione può essere variabile, ma ti faccio questo esempio. Calcola un gruppo medio-piccolo che hai tempi iniziava e vendeva 100/200 copie, quanto alzava? Alla fine devi fare il parallelo con quante copie avresti venduto e quanti soldi avresti incassato, tolte le spese.
Con lo streaming devi per forza prendere in considerazione il fatto che i tuoi pezzi girano molto di più.
Se ai tempi vendevi il disco a quelle 500 persone, adesso un singolo te lo possono ascoltare 100.000 persone.

Però non trovate che unificare le uscite dei dischi o ancor più dei singoli, tutte il venerdì, appesantisca?
Per me invece è fighissimo! Secondo me è un po’ come seguire una diretta sulla musica.

TF: La spiegazione esiste. Le classifiche di vendita vanno dal venerdì al successivo giovedì sera. Quindi le realtà grosse si sono uniformate sulla data delle pubblicazioni (su Spotify è il venerdì alle 00:00 – n.d.r.).

L’altro venerdì siamo usciti con un brano: io, Silvano (“Barceloneta” di Coez con Carl Brave e Franco 126 – n.d.r.), Salmo, etc. Tu ascoltatore, ti prendi la tua mezz’ora e, approfittando del weekend, ascolti le robe nuove. Poi ci sono le palylist, e tutte quelle cosine lì. A livello di ricerca è molto più figo perché sei incentivato ad andare a cercare. È la musica in diretta, come se la stessi guardando in televisione. Così skippi e cambi canale, etc. e ti ascolti quello che ti piace.
Io ho scoperto un botto di robe su Spotify e, a mia volta tante persone mi hanno detto di avermi scoperto su Spotify, per caso, perché alla fine ti indirizza su un determinato genere.
Nessuno va più nel negozio di dischi e questa è l’alternativa ottimale. Anche un artista piccolo ha maggiori possibilità di essere correlato ed arrivare a tante persone, facendosi conoscere.

Chiudiamo parlando del live. Come lo prepari e con chi lavori?
Live siamo io e Ceri. Inizialmente facevamo il classico live rap con la consolle. Poi abbiamo deciso che volevamo dargli qualcosa in più, allora stiamo girando con la tastiera in combinazione con Ableton, con i suoni separati. Quindi Ceri suona le tracce audio con la tastiere e il resto è tutto basi.
Questa sera porteremo Sick et Simpliciter, che ci accompagnerà nel brano “Nei treni la notte”. Poi c’è anche Dutch con cui faremo il pezzo nostro, quello nel suo disco (“Come ti va” contenuto in “Amore Povero” – n.d.r.) e poi, farò due pezzi con Mario, che è in arrivo anche se ultimamente sta facendo l’eremita. (risate).

Staccare dalla routine quotidiana fa sempre bene. Farlo per qualche ora durante un festival musicale e, godersi l’esibizione di un ragazzo che ho seguito fin dai suoi primi live è sempre un piacere. Sul palco Frah è concreto, lo è sempre stato e, nel suo percorso artistico l’ho trovato sempre coerente e si percepisce chiaramente come lui stesso stia percorrendo la strada a lui più affine.
Come da chiacchierata, durante l’esibizione Frah è stato accompagnato dalla tastiera di Ceri. Inoltre si sono esibiti con lui, prima Dutch Nazari & Sick et Simpliciter e poi, per due soli brani (“Pussy” e “Semplice”) si è ricomposto il duo Quintale con l’energia di uno scatenato Mr.Merio.
Direi che è tutto. Io vi lascio con qualche scatto della serata.

Carlo Piantoni
Redattore
Superstite del forum, qui scrivo ancora con la passione di un utente. Con un focus sul panorama italiano, più che scrivere di rap lo ascolto e lascio spazio ai suoi protagonisti.