17 giugno 2019
Interviste

Merio con la musica vuole giocare alle sue regole

>Carlo Piantoni Carlo Piantoni
Ottobre 31, 2017

Volgiamo lo sguardo all’autunno ed è già tempo di festeggiare i Santi, come i morti.
Tornando invece alla metà di settembre, con un clima arricchito da un cielo piuttosto scuro, ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con Merio (una delle due voci dei Fratelli Quintale) in un pomeriggio bresciano che si è concluso con un’abbondante pioggia.
Parcheggio e ricevo immediatamente un messaggio WhatsApp: “seduto fuori”. Recupero la mia agenda, sulla quale nei giorni precedenti ho abbozzato alcuni spunti, e mi affretto. Mi aspetta al tavolo, lo raggiungo, ci salutiamo.
Io “di Mario son più fan che amico”. Prendo in prestito questa semi-citazione di Fabri Fibra da “Nel mio disco” feat. Dargen D’Amico perché seguo Mario all’incirca dal suo primo demo “Via di mezzo” (2006), passando per l’EP “Pregi e difetti” (2008), fino ai progetti firmati Fratelli Quintale compreso l’ultimo “Tra il Bar e la Favola” (2015). Una vera istituzione a Brescia per chi segue l’Hip Hop, un po’ come il Pirlo!
Al tavolino ordiniamo una Menabrea dal color rosso scuro io e un Pirlo Misto lui. Impossibile smentirsi! La ricetta per alcuni resta un dubbio, ma in pratica l’aperitivo bresciano per eccellenza mixa una dose di Campari (o Aperol), una di vino bianco fermo e infine Seltz o acqua gassata. Per ottenere quello Misto invece, è sufficiente dimezzare la dose del Campari e aggiungere la stessa quantità di Aperol.

Accantoniamo però gli strumenti da barman e diamo il via all’intervista.

Guarda il video di “La Carezza Della Luna (Live Report)” su YouTube

Ciao Mario, vorrei tornare con te al 2015. A Giugno usciva l’album “Tra il Bar e la Favola”. Cosa ha rappresentato per te quel progetto?
Io sono molto soddisfatto di quel disco. Ho un ricordo bellissimo di “Tra il Bar e la Favola”, in quei 2 anni di lavorazione al progetto abbiamo vissuto a Milano praticamente. È stato concepito, scritto e registrato lì.

A livello mainstream siete arrivati anche su MTV come artisti del mese di Luglio nel progetto New Generation…
Quel disco è stato davvero una chiave di svolta per entrambi (per lui e per Frah, l’altra voce dei Fratelli Quintale – n.d.r.). Tutti e due in quel contesto abbiamo capito bene cosa volevamo fare.
Eravamo in un periodo un po’ “confuso” sinceramente e ci siamo ritrovati in una città nuova, da soli, etc. e ci siamo rimessi in gioco da capo.

Arrivando a questa estate invece, a Luglio, ho intervistato Frah al Musical Zoo. C’eri anche tu in quell’occasione. Approfitto di questa cosa per farti un paio di domande che ho proposto anche a lui. La prima è sul nome artistico: come mai la scelta di non mantenere il suffisso Quintale?
Guarda, molto semplice (ride).
Non mi sono mai piaciute le cose facili.
In primis non mi piaceva proprio come suonava. Tutti poi mi hanno sempre chiamato Merio…

Mr.Merio infatti!
È proprio una cosa che mi hanno appioppato e ho detto: “why not?”. Mi suona davvero molto meglio e da singolo ho deciso di utilizzare questo, tutto qui.
Certo che, utilizzare l’appellativo Quintale, sarebbe stato più semplice per me, soprattutto per una questione di riconoscibilità. La gente mi avrebbe associato più facilmente, però non l’ho fatto.





La seconda è: a quale brano sei più legato artisticamente del periodo FQ?
Indubbiamente è “La carezza della luna”. È un pezzo in cui mi riconosco davvero al 100%. La scrittura, gli stati d’animo che trasmette, per la dannazione che butta fuori. Per tutti questi elementi mi ci riconosco, sono io. Poi anche lì c’è Frah che canta il ritornello, è davvero bello.
A livello sentimentale ti dico invece “Tradire mai”. Mi ricordo proprio il momento in cui lo abbiamo scritto. Io e Frah eravamo in trouble con delle tipe ed è stato molto figo, poi scrivere quando vivi con una persona con cui sei sempre assieme è un altro modo di lavorare, un altro approccio.

Guarda il video di “Dimmi di te” su YouTube

Con il 2016 si è concluso il capitolo “Tra il Bar e la Favola”. A quel punto quali erano i tuoi piani?
Sinceramente non avevo nessun piano. Io purtroppo ho questo difetto: sono molto istintivo e poco organizzato. Di questa mia caratteristica le mie ultime uscite ne hanno risentito.
Comunque ho in testa il fatto che farò un certo tipo di comunicazione (più concreta e mirata – n.d.r.) quando avrò tra le mani il disco. La roba che ho buttato fuori, soprattutto all’inizio, era un mio segnale per dire: “ok raga, io ci sono e con ogni pezzo vi dimostro che so fare tutto, ma che farò solo quello che mi andrà di fare”. Esco sempre dalla mia comfort zone (pubblicando questi singoli – n.d.r.).
Anche qui non sto facendo la scelta più facile. Ovviamente se segui il filone del momento, il featuring del momento, hai più appeal sulla gente e ci arrivi molto prima.
Il mio approccio molto istintivo con la musica mi porta invece a ragionare diversamente: “voglio che anche tra 10 anni, se ti ascolti un mio pezzo, ti colpisca” (slegando il brano dal contesto musicale del periodo in cui è uscito – n.d.r.).
Far affezionare un pubblico più ampio alla tua musica facendo scelte come le mie, con pezzi sempre diversi tra loro, è più complesso… Io voglio rubare il cuore alla gente che mi ascolta, nient’altro…

Il tuo 2016 si è caratterizzato per 4 singoli ed altrettanti ne sono usciti nel 2017, fino ad ora. La gente fin da subito ha gradito questo filone che però, a mio avviso, è stato un po’ troppo spezzettato e ha fatto scemare l’attenzione nei tuoi confronti. Come la vedi tu?
All’inizio con il mio team volevamo far sapere che Mario era tornato. Abbiamo investito in qualche sponsorizzazione su YouTube e Google. Con il passare del tempo però, in tutto questo marasma (che è il mercato musicale rap italiano – n.d.r.), io mi sono reso conto che volevo provare a proporre una percezione della musica differente. Ho voluto iniziare a giocare a modo mio.
Ho lasciato perdere le sponsorizzazioni e altri servizi come l’ufficio stampa, che non ho, per dare seguito ad un lavoro da indipendente. Ci siamo solo io e il mio socio Khaled che facciamo tutto.
Adesso però sta arrivando il momento del disco e quindi sto valutando come muovermi al meglio per valorizzare quello che sarà il mio prodotto. Il mio prossimo album chiaramente lo voglio promuovere al meglio.
Questi singoli, alcuni dei quali faranno parte del disco e altri invece no.
Io ho l’Hard-Disk pieno di tracce, però ci tengo a selezionarle perché voglio far uscire solo le cose in cui credo davvero, le cose che sento di più. Ad esempio, tra 5 anni voglio poter riascoltare “Get High” e dire: “che bomba!” e non: “ah, sì, era il pezzo del momento”.

Come giusto che sia, aggiungerei!

Guarda il video di “Festa forte” su YouTube

Visto che mi accennavi di Khaled, sono curioso di chiederti che ruolo ha e in generale che ruolo hanno Bosca, i ragazzi di Another Production, etc. In pratica: con chi lavori?
Grazie a Dio c’è Khaled! (ride)
Allora. In realtà con gli Another (Flavio Mocka e Gianluca Bonici – n.d.r.) abbiamo fatto i primi video, dopodichè, essendo loro molto impegnati anche con Real Talk, la cosa attualmente è un po’ ferma. Certamente fanno parte della squadra, ma anche per le loro caratteristiche di regia io attualmente sto collaborando di più con la realtà di Cinqueesei (casa di produzione audiovisiva italiana con sede a Brescia – n.d.r.).
Tra l’altro con Fred (Federico Cangianiello di Cinqueesei – n.d.r. ) siamo amici di infanzia. Appena c’è stata questa occasione, in cui io stavo cercando un immaginario di regia video e di fotografia diverso da quello dei ragazzi di Another, è partita la collaborazione con Fred che ha degli spunti più cinematografici. “Judas” ne è un esempio.

Khaled invece è un amico d’infanzia di Bosca e, parlando proprio con Bosca, è saltato fuori il suo nome. Così alla prima occasione ci siamo conosciuti ed è stato “amore a prima vista”. (ride)
Lui sta a Londra, ma ci sentiamo quotidianamente per qualsiasi cosa. È stata la figura chiave per me, è una persona che mi ha spronato a fare. La vita sai, è fatta di alti e bassi e io vivo un po’ ai due estremi, senza vie di mezzo. Una persona come Khaled mi ha aiutato tanto, mettendomi sempre in carreggiata. Lui è un po’ il mio fratello maggiore, anche a Londra mi ha introdotto in un certo tipo di ambiente per conoscere le prime persone. È il mio punto di riferimento.

Bosca, solo a parlarne mi viene il sorriso. Gli voglio bene. È il mio secondo padre, una parte saggia che mi calma quando ne ho bisogno. Del disco che uscirà lui è sicuramente il direttore artistico, l’80% dei beat sono suoi. In studio vado con Bosca, lavoro sempre con lui anche quando vado da Marco Zangirolami a Milano a mixare. Con il progetto Real Talk in corso, anche lui è bello preso, quindi la parte manageriale di Mario la fa Khaled, Bosca segue la parte musicale.

Passando invece all’immaginario che ti circonda e al suono che ti caratterizza, ti vedo e ti sento molto inglese. C’è qualcosa nel tuo lavoro che si distingue da ogni filone rap attualmente presente in Italia. Da cosa deriva questo mood?
Non ho ricercato niente in realtà, è venuto tutto molto naturale. Riallacciandomi a quanto ti dicevo prima, voglio giocare alle mie regole.
Sono stato parecchie volte a Londra in questi ultimi anni e le dinamiche attorno alla musica che ho conosciuto là sono completamente diverse da quelle italiane. La mia esperienza è stata davvero naturale. Proprio casualmente, da una serata al bar, con questi ragazzi siamo finiti poi in studio. Avevano già sentito qualcosa di mio, ascoltiamo qualcosa e subito impazziscono!
In studio alla fine eravamo più di venti e ci rimanevano male quando chiedevano se fosse davvero “un bianco” quello che rappava con quel flow.
Da quella serata lì, ho iniziato a conoscere altra gente e a frequentare diversi studi a Londra, specialmente nel quartiere di Brixton. In una di quelle occasioni è nato il pezzo “Kings’ Speech” con Ita & Fugi.
Faccio spesso avanti e indietro da Londra, magari nei weekend, anche perché poi quando torno sono molto più carico. Cambiare aria fa sempre bene e, anche a livello musicale, respiro più genuinità.

Guarda il video di “Kings' Speech” su YouTube

Il confronto in studio com’è in un contesto del genere?
Eh! Peso!
Per me è stato come iniziare a giocare in Serie A. Ad esempio con Jai Amore (cantante R&B/Soul e produttore inglese – n.d.r.) metti un beat e lui ha già scritto il ritornello. È proprio un approccio diverso, in studio non si cazzeggia, si lavora. Si lavora però in modo molto aperto, senza vincoli legati al tema del brano o a quello che potrebbe essere il suo obiettivo sul mercato. Là entri in studio e la vibrazione che ti ispira la cavalchi. È una vibe! Ormai non ragiono nemmeno più sulla strofa e sul ritornello, appena sento la vibrazione giusta la scrivo e la interpreto. Non c’è nulla di studiato a tavolino.
Dalla vibrazione nasce un concetto e da lì elabori il pezzo.
A volte anch’io sono fin troppo istintivo e quindi mi ritrovo a rivedere quanto scritto di getto, però quello che ho capito essere davvero fondamentale è sfruttare appieno le vibrazioni del momento.
È un approccio diverso da quello che ho conosciuto qui in Italia.

I don’t give a fuck” è arte!

Altra grande differenza che ho colto a Londra è l’atteggiamento tra chi c’è in studio. A Londra le situazioni sono tutte molto easy, non è come qui che “pesi” in qualche modo il livello di chi c’è in studio. Non esiste la concezione per cui, se tu sei più famoso di me, io nel mio piccolo ti chiedo il featuring per questioni di visibilità. Questa cosa non esiste. Se un artista più famoso riconosce che io spacco, è lui che mi chiede di collaborare.
A Londra Prima arriva la musica, poi i numeri…

Non posso che chiudere senza chiederti: quando arriva il disco?
Uscirà ancora qualche sorpresa prima che arrivi il disco.
Per il progetto ho in mente l’inizio del prossimo anno. Febbraio/Marzo al massimo.
Il disco in realtà è quasi finito e come ti dicevo prima, l’80% è prodotto da Bosca, ma sto andando oltre per vedere se qualcosa  lo sostituisco o magari aggiungo. Finché il ferro è caldo, batto!
A parte qualcosa con i ragazzi inglesi, il disco è tutto lavorato in Italia. Oltre a Bosca ci saranno le produzioni di Robroy aka TrappTony…

Raccontami qualcosa di questo TrappTony, che sinceramente non conosco…
Oh! Lui è super gallo. È di Milano, è dell’85. Il nome TrappTony è nato in studio cazzaggiando, ma  il suo nome d’arte è Robroy. Comunque gli è piaciuta la mia roba e voleva lavorare con me. Conosceva Khaled e da lì è nata la roba. Ci sono un paio di cose con lui e sono davvero potenti!

Tornando al disco…
Poi c’è Markino che ha prodotto “Aria” in cui ho collaborato con Slim Gong, pezzo nato in studio da lui tra una birra e l’altra in modo molto naturale. Markino è un chitarrista che faceva parte di un gruppo e ogni tanto faceva qualche produzione (i più attenti lo avranno visto nel video di “Verso l’uscita” – n.d.r.). Nel disco ci sono tre beat suoi.
Questo disco si caratterizza per un lavoro molto da studio, con l’approccio che ho sperimentato in Inghilterra.

Guarda il video di “Judas” su YouTube

Durante la chiacchierata con Merio – che poi qui ho riassunto nelle parti principali – ci siamo ripromessi di beccarci ad un suo futuro live londinese, magari proprio in occasione del prossimo progetto discografico. Lui ancora non si è esibito live in quel contesto, ma la sua nuova musica nasce anche da lì.
Ho la certezza che il suo approccio alla musica, ulteriormente rinvigorito in questo periodo di calma apparente, gli consentirà di fare bene anche in un ambiente musicale in costante fermento come quello inglese/londinese, pronti a riaccoglierlo in Patria per il nuovo album!
Sono convinto che Merio possa prendersi il suo spazio dentro i confini nazionali, come all’estero, perché per lui parlano cuore e flow.

Carlo Piantoni
Redattore
Superstite del forum, qui scrivo ancora con la passione di un utente. Con un focus sul panorama italiano, più che scrivere di rap lo ascolto e lascio spazio ai suoi protagonisti.