23 luglio 2019
Interviste

Non solo musica: il Clash di Ensi nel suo nuovo album

>Davide Buda Davide Buda
Marzo 04, 2019

In occasione dell’uscita dell’album Clash abbiamo intervistato Ensi, confrontandoci con lui sul suo ruolo all’interno del panorama musicale italiano e su cosa si aspetta da quest’ultimo lavoro.

Ascolta Clash

Clash, ossia “scontro” o “contrasto”, richiama il freestyle e la vita; soprattutto quest’ultima che, ogni giorno, ci pone dinanzi una nuova sfida. Perché la scelta di questo titolo? Dov’è il tuo scontro e con chi?  

Clash mi sembrava un titolo adatto perché è l’unione di quello che hai detto tu. Un po’ perché è un mono concetto, ossia quella parola che identifica subito un’idea più ampia. Clash significa scontro. Se gli metti davanti la parola sound lo ricolleghi al mondo della Jamaica dei soundclash, un mondo che in parte c’è anche in questo disco. Se la prendi da sola, ed infatti è per quello che l’ho usata così, quella parola significa tutto: c’è lo scontro musicale, dove io mi metto in gioco; c’è lo scontro nel rap, dove io rimarco e sottolineo la mia posizione e la mia visione, mettendo i puntini sulle i; c’è il clash personale (pensiamo agli ultimi pezzi del disco dove c’è un clash più interiore), con le mie paure, i miei punti di domanda, le mie incertezze, la mia vita privata, il mondo e la società. Alla fine Clash, per quanto non sia un concept album, un po’ per la ridondanza dello scontro presente in ogni traccia, a modo suo lo diventa. C’è un fil rouge del conflitto che lega tutte le tracce tra loro.

L’album si presenta all’ascoltatore, come un continuo freestyle: punchline, cambi di stile, freestyle veri e propri. Ma il freestyle è anche un continuo punto di riferimento dal passato che torna di continuo. Perché oggi inserire dei freestyle in un album?

Più che freestyle, rap direi. L’improvvisazione c’è, anche dal punto di vista che l’album l’ho fatto abbastanza velocemente quindi è anche una fotografia istantanea del momento che sto vivendo, però questo è un disco nel quale voglio cementificare questa roba del rap che ad oggi ha subito tante influenze; la sovraesposizione del genere ha fatto disperdere un po’ quello che, secondo me, è il concetto di base. Cercando di non essere né troppo didascalico, né troppo dogmatico, e neanche troppo scolastico, riporto la cosa sul piano del rap. Perché questo è il genere che facciamo in Italia. Uno può parlare di tutto quello che vuole, ma di base c’è il rap. Quindi a me, di questa cosa della trap, non interessa niente, quando tu usi le rime su una base stai rappando, se vuoi chiamarti in un altro modo perché ti viene più facile distaccarti da un ambiente a me sembra più una scusa.

Vorrei mi parlassi un po’ della tua scelta di avere questi featuring all’interno del disco. Nessun nome grosso tra i rapper se non per Johnny Marsiglia e nemmeno tra i produttori spiccano i nomi del momento (se non mi sbaglio). Perché?

Perché quando penso alle collaborazioni non mi baso su quanto sia famoso l’artista, ma su quanto sia valevole. Non è un album di figurine dove devo dimostrare di avere Tizio, Caio e Sempronio, credo che a parte Fibra e Marra non mi manchi nessuno con il quale ho collaborato. Ho collaborato veramente con chiunque, dall’underground al mainstream, ho avuto a che fare con tutti nella mia vita. Ho cercato di non ripetermi nei dischi, magari a lungo termine sì. Con Johnny Marsiglia abbiamo fatto mille cose insieme, però negli ultimi tempi io non ero nel suo disco e tantomeno lui nel mio. Mi sembrava  giusto chiamarlo, anche perché è uno dei più forti in assoluto senza ombra di dubbioAgent Sasco è un campione della dancehall mondiale, ha collaborato con Lamar, Kanye West e Pusha T; insomma stiamo parlando di un super artist, che magari non sarà conosciuto, ma ti assicuro che ha il suo peso specifico.
Stessa cosa vale per Attila, che non è famoso, ma è uno dei più rappresentativi della dancehall in Italia e stessa cosa vale per Patrick Benifei, che magari non tanti conoscono, ma ha fatto parte dei Casino Royale e dei Bluebeaters, due gruppi fondamentali per la storia nella musica in Italia.

Si tratta di un disco sperimentale, con suoni nuovi, cosa ti ha portato a questa scelta stilistica?

Ad oggi inizio a collezionare un po’ di esperienza, quindi sono diventato bravo a cucirmi addosso dei suoni che mi valorizzano. Quest’anno ho cercato di premere l’acceleratore su quelle che sono le mie caratteristiche e, una di queste, è quella di andare in profondità con la penna. Altra mia peculiarità è quella di essere esplosivo dal punto di vista dei flow e delle rime. Su questi presupposti ho cercato di stendere dei tappeti che mi valorizzassero, cercando di essere fedele a quello che è il mio gusto. È un disco super rap, non ti puoi sbagliare. Non ci sono momenti fuori contesto: una scelta coraggiosa, perché in Clash c’è tutto, tranne che il sound di tendenza: c’è solo il rap e il rap, per me, è sempre di tendenza.





Quanto è importante oggi e rischioso allo stesso tempo, proporre un progetto del genere al pubblico? Cosa ti aspetti e pensi del tuo album?

Mi è sembrato di capire che, probabilmente, ho azzeccato il tipo di disco per il momento storico nel quale stiamo vivendo. Penso che dare per scontato che là fuori sia tutto alla ricerca della tendenza sia sbagliato, chi ama davvero questa musica sono tanti, e magari non hanno, al giorno d’oggi, dei referenti.
Questa musica si trasforma e gli artisti stessi molto spesso cedono a quello che è l’andamento del mercato; io, da questo punto di vista, ho voluto tirare una linea coraggiosa dicendo “io faccio questo”, che è rap, in un’accezione canonica ma non anacronistica. Clash non mi sembra un disco vecchio, però al contempo è un disco che riporta il rap al ruolo principale. Questo è un cazzo di disco rap, non è un disco dove c’è un po’ e un po’ e quindi non c’è niente.

Spero di cementificare e solidificare il mio percorso quasi quindicennale di rapper che ha mantenuto sempre una certa solidità e un’identità artistica precisa e forte. Spero che questa coerenza e questo mio approccio possa valorizzare ancora di più questo album. Ho fatto un disco di cui c’era bisogno in questo momento. Per diversi motivi: perché è l’unico modo che conosco per fare gli album, cioè quella di essere onesto, e perché forse tutte quelle strade che ha preso il rap, un po’ lo hanno scollegato dalla matrice di origine.