24 giugno 2019
Interviste

Picciotto ci racconta la sua TeRAPia

>Davide Buda Davide Buda
Aprile 03, 2019

Lo scorso 15 Marzo Picciotto ha pubblicato il suo ultimo album TeRAPia: in occasione della release abbiamo scavato dentro questa terapia sociale, musicale e personale dell’artista.
Un progetto sui generis che può piacere o non piacere, ma che non può passare inosservato.

Il tuo album prende il nome di teRAPia, il rap come strumento di sfogo e autoanalisi. Vorrei chiederti: quando hai capito che il rap per te è appunto una valvola di sfogo, una “terapia”? È sempre stato così?

Forse non l’ho mai capito fino in fondo, ma è già un buon inizio averne preso consapevolezza, partendo dal dare il giusto nome alle cose. Il rap in qualche maniera è un po’ il mio “mestiere”, sia sul palco che sui banchi di scuola, ma ci sono arrivato attraverso piccole conquiste individuali, quei sani conflitti con te stesso che poi diventano strumenti di condivisione. Vedere quanto sia salvifico per i ragazzini si riflette positivamente anche sul sottoscritto e da semplice valvola di sfogo è diventato negli anni una prassi terapeutica. L’ultimo album ne è diretta conseguenza.

Il tuo progetto è un mix tra R&B, cantato e rap. Non si sente l’influsso di alcun tipo di sonorità “moderna”; tu sei uno storyteller e i premi che hai vinto, come il Musica contro le mafie, parlano da sé delle tue capacità. Secondo te, con la trap è possibile raccontare storie?

Non sono molto d’accordo. Secondo me nell’ultimo album di suoni “freschi” ce ne sono parecchi e credo di essermi “svecchiato” abbastanza pur non attingendo dai cliché che vanno in voga attualmente. Illusione è uno storytelling generazionale, ed è personale tanto quanto collettivo. Scritto in maniera volutamente diversa dagli “amarcord” passati, è il manifesto che meglio mi (ci?) rappresenta oggi. Ed è su sonorità molto vicine alla trap quindi sì, è possibile. Non è mai stato il genere musicale il problema, né tantomeno il limite. Se uno ha storie vere da raccontare può farlo benissimo anche sulla trap, che personalmente mi piace assai e mi permette di sperimentare. Se poi per “moderno” intendiamo scarabocchiarmi la faccia, ostentare gioielli, culi, tette e macchinoni arredando con cattivo gusto il degrado culturale che viviamo, be’, allora più che “il nuovo che avanza” rivendico il “vecchio che resiste”.

Nel brano Lividi, la politica e l’etica si legano in un unico messaggio: amiamoci gli uni con gli altri. Cosa pensi del fenomeno contemporaneo di questi rapper neonazisti?

Non è facile amare se stessi. Nell’hip hop siamo pieni di autocelebrazioni, ma quello è egotrip, non è amore. A costo di sembrare “buonista” io a certi concetti sono molto legato. Credo che l’amore e i sogni muovano il motore che abbiamo nello stomaco e rappresentino la parte sana di questo mondo, che va salvaguardata. Sui “rapper” fasci, neonaziosti o idioti di vario tipo ho poco da dire… Gente che sta male con se stessa e ha bisogno di odiare qualcuno per affermarsi (e tra l’altro manco ci riesce). Fa parte di una macro-operazione di revisionismo storico che tocca ogni sfera. I jeans strappati che erano usati dai punk oggi li strappa Gucci, Forza Nuova prova a rivendicarsi Che Guevara e Impastato, tanti pischelli vestono da fighetti, ascoltano rap con gli amici neri, poi pippano cocaina e vanno allo stadio facendo il saluto romano… Questa è un’epoca di grande confusione e credo sia volta a destabilizzare ogni tipo d’identità. Per questo in teRAPia ho provato a chiedermi e chiedere chi siamo, da dove veniamo e dove stiamo andando e vorremmo andare. Le risposte se vorremo le troveremo insieme.





In D’Amore e d’accordi parli di rimpianti: ne hai qualcuno? Se sì, come hai superato tal peso?

Il mio rimpianto è speculare al mio più grande dubbio. Vorrei fare musica a tempo pieno, e restare a Palermo. Poi penso che devo fare tre lavori precari per potermi permettere di fare musica. Al tempo stesso penso che magari non è più la mia strada, che sottraggo troppo tempo alla mia famiglia. Poi faccio un live come quello dei Candelai (presentazione dell’album) e mi convinco invece che stare sul palco è l’unica cosa sulla quale dovrei puntare tutto me stesso, quella che mi riesce meglio.
In realtà senza l’amore delle mie donne (Gaia, la mia compagna, e Manila e Alba le mie figlie) che mi supportano e sopportano non potrei farcela.

Il tuo non è un rap leggero, ma porta l’ascoltatore a riflettere: pensi che in Italia il mainstream aprirà mai le porte a questo “genere”?

Penso che la musica “mainstream” sia concepita per intrattenere il pubblico. Tutto ciò che t’induce a pensare troppo dev’essere sedato in questo paese. Oggi alcuni temi forti sono stati “sdoganati” perché il mercato si è accorto che gli unici a vendere e fare numeri sono i rapper, ma molti “colleghi” abboccano o proprio non hanno nessun tipo di coscienza politica (che non è una brutta parola!) e finiscono per comunicare dei concetti provocatori ma sterili, una sorta di anestesia più colorata rispetto alla canzone d’amore italiana, ma sempre molto vuota. Guardiamo sempre il contenitore piuttosto che il contenuto. Poi credo che stiamo “raschiando il fondo” socialmente parlando, e più andrà peggio e più la gente s’incazzerà, anche nella musica. Tocca canalizzarla bene tutta questa rabbia. E voglio essere fiducioso in tal senso.

Nel brano Terapia popolare affronti il tema del rap come valvola di sfogo per la società e per noi stessi. Cosa pensi dei progetti di integrazione sociale nelle carceri portate avanti dai tuoi colleghi, come Kiave? Ti piacerebbe portare avanti un progetto simile anche tu?

Credo che stare in mezzo ai disagi sia alla base della cultura hip hop. Io vengo dai quartieri popolari coi balconi arredati di parabole e panni stesi. Dove ogni famiglia ha almeno un parente in carcere e ogni ragazzo sa che la via di fuga più facile per avere “rispetto” è proprio in quell’angolo. Non devo ostentare nulla che non sono, anche se spesso questo è stato un limite agli occhi altrui.

Portare il rap sui banchi di scuola di quei quartieri è la cosa più hip hop che abbia mai fatto ed è stato il rap a portarmi nei campi profughi palestinesi, dove ogni emozione da me vissuta fino ad allora è stata ricalibrata. Sentire e vedere crescere l’impegno con carta e penna di ogni singolo ragazzo col quale ho fatto laboratorio negli anni mi ha fatto maturare, ed è un dare e ricevere continuo che sta alla base di quella socialità genuina che costantemente provo a stimolare. Kiave, Kento, la 99 Posse, Ghali, Clementino e tanti altri hanno avuto la sensibilità e l’opportunità di esibirsi e lavorare dentro le carceri. Io stesso l’anno scorso ho realizzato un laboratorio con adolescenti del carcere minorile del Malaspina di Palermo, li ho portati in studio di registrazione ad incidere il brano scritto e siamo tornati in carcere a cantarlo dal vivo. Con alcuni di loro mi sento ancora, uno è un bravissimo fisarmonicista e so quanto brucia per chi è più giovane aver perso del tempo dietro le sbarre. Le carceri fanno schifo. Il sistema giudiziario italiano spesso è anche peggio. Portare la nostra solidarietà concreta può essere un’arma positiva e fondamentale che va incentivata oggi più che mai.