17 novembre 2019
Interviste

Secondi a nessuno: 2G e Urban italiano

>CarmeloJP CarmeloJP
Aprile 08, 2019

Da che mondo è mondo, Rap – o forse, in questo caso, sarebbe meglio di parlare in forma più estesa di Hip Hop – e integrazione culturale sono sempre andati di pari passo. Si tratta di qualcosa di più di una semplice connessione, quanto piuttosto di un vero e proprio dogma: dove c’è musica rap, ci sono minoranze che veicolano il racconto della propria cultura attraverso questo mezzo espressivo.

Per questo ha sempre stupito, guardando il panorama Hip Hop italiano, quanto fosse esiguo il numero di “stranieri” – che non sono tali se nati e vissuti in Italia, nonostante i tratti somatici possano rendere il concetto poco chiaro ai più – che andassero a comporre la famosa “scena”.

Negli ultimi tempi le cose però sembrano essere cambiate e, anzi, molti artisti hanno fatto delle loro origini la propria arma vincente, sia musicalmente che comunicativamente. Ora, in controtendenza col passato, l’esotico è diventato “figo”: si tratta, ancora una volta, di una fase di transizione in cui un musicista spesso viene considerato solo (o quasi) per questa peculiarità, più che per la sua musica.

Perché si sa, la musica, alla fine dei conti, non è che lo specchio dei tempi in cui viene prodotta. Quindi, per capire veramente questo aspetto, bisogna fare un passo indietro e guardare come viene percepita l’integrazione in Italia. Proprio in questo periodo nel Bel Paese si ritorna a parlare animosamente dello Ius Soli a causa degli avvenimenti dell’autobus in fiamme sulla Paullese e la susseguente decisione da parte del Ministro dell’Interno e Vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini di dare la cittadinanza italiana ai due ragazzi, Ramy e Adam, che hanno avvertito le Forze dell’Ordine e che quindi hanno permesso di sventare l’attacco terroristico.





In occasione della storica copertina de Il Venerdì – settimanale di Repubblica, dove sono presenti svariati artisti di origini diverse insieme, Amir Issaa per celebrare il momento, in qualità di pioniere di questo movimento, ha voluto creare una playlist su Spotify in cui ha inserito suoi brani che trattano l’argomento, più due brani per ogni artista presente in copertina. Qui, oltre ad Amir, sono presenti infatti anche Mahmood, Dium, Tommy Kuti, Chadia Rodriguez, Mosè Cov, Rancore, Cha Cha, MaRue, Yuman, Abe Kayn, Symo e Laioung.

Abbiamo preso la palla al balzo e abbiamo fatto una chiacchierata con Amir che trovate di seguito, subito dopo la playlist Secondi a nessuno.

Ciao Amir. Il 5 aprile 2019, Il Venerdì ha dedicato la copertina agli artisti urban italiani di seconda generazione. Cosa è cambiato dal 2006, anno della tua prima intervista sull’argomento immigrazione, ad oggi?

Sostanzialmente non è cambiato nulla. Viviamo in Italia, paese pieno di pregiudizi alimentati anche dalla classe politica e dalle leggi. Non esiste ancora una legge sulla cittadinanza per i figli di immigrati che nascono qui. Per quanto riguarda le interviste, anche lì è cambiato ben poco. Mi facevano domande banali ai tempi e tutt’ora me le fanno. Se a livello politico e mediatico non è cambiato nulla, nella società odierna, invece, è cambiato molto.

Da quelle che sono le tue esperienze, in cosa la società è cambiata negli anni?

Come ho scritto anche nel mio libro Vivo per questo, quando ero piccolo eravamo pochi i bambini ad avere genitori stranieri. A scuola c’eravamo solo io e un altro ragazzino. Questo ci rendeva bersagli facili dei pregiudizi, anche per un fattore generazionale. In quegli anni non si era ancora abituati all’idea che un bambino che nasca e cresca in Italia possa chiamarsi Amir piuttosto che Felipe. Anche avendo genitori stranieri, un bambino che cresce e nasce in Italia si sente italiano, lo è. Oggi grazie al mio percorso musicale, che si è evoluto anche in un lavoro didattico, vado nelle scuole e la metà delle classi che mi ritrovo davanti sono multietniche. Per il bambino vivere circondato da questa diversità è importante perché lo fa crescere in un continuo scambio culturale che può solamente arricchirlo.

Nelle scuole si può essere bersagli facili di pregiudizi qualunque sia la diversità, non è solo un fattore multietnico.

Un tempo anche chi era omosessuale doveva avere paura a scuola di mostrare la propria sessualità. Era un tabù. Oggi, come mi è capitato di osservare, i ragazzi vivono l’omosessualità con più naturalezza. Penso che la scuola sia importante perché è il primo luogo in cui il bambino si forma e apprende le prime nozioni per poter diventare adulto. Quindi sì, la società è cambiata in positivo, mentre la narrazione mediatica e la classe politica fanno finta che questo cambiamento non sia mai avvenuto. Si continua a parlare dei figli di immigrati sempre in funzione negativa, strumentalizzando le notizie di cronaca nera.

La tua carriera artistica ti ha dato anche modo di andare nei college degli USA e nelle università del Giappone a fare didattica. Qual è la differente percezione dell’argomento all’estero rispetto all’Italia?

La mia fortuna è stata quella di raccontare la società italiana con canzoni quali Straniero nella mia nazione, Ius Music, La mia pelle. Mentre in Italia passavano inosservate ai più, dall’altra parte del mondo queste canzoni venivano intercettate come racconti contemporanei di quello che è l’Italia. Quindi è successo che dei docenti universitari abbiano usato i miei testi come strumento didattico. Quando vado a fare didattica in quelle università il riscontro è positivo e la cosa interessante è che, nella decina di articoli usciti negli States, mi presentano come un artista italiano non dando peso alla nazionalità di mio padre.

In Italia sei da sempre stato riconosciuto come uno dei primi artisti che abbia dato voce alle seconde generazioni.

Non sono stato il primo perché prima di me c’erano artisti come DJ Lugi, Sean o i Camelz Finezza Click. Però sono stato il primo artista a parlarne con i media e a ritrovarmi questa patata bollente tra le mani. Facevo rap già da anni non focalizzandomi sulle seconde generazioni, ma nel momento in cui uscì Uomo di Prestigio, la Virgin focalizzò la campagna marketing su quell’aspetto lì. Tengo a precisare che comunque era un disco Hip Hop e che non è stato realizzato a tavolino per andare incontro a queste esigenze discografiche. Ho firmato con la Virgin quando il disco era già finito, l’ho lavorato da indipendente.

In quegli anni, stiamo parlando del 2006 circa, però eri uno dei pochi a toccare queste tematiche.

Sì, la maggior parte dei rapper di allora aveva entrambi i genitori italiani, quindi magari si sentivano lontani da certe dinamiche per cui non ne parlavano nei dischi. Forse Marracash è stato quello più frainteso del periodo, lo accostavano alla seconda generazione. Ma Marra non ha mai finto e non ha mai cavalcato quell’onda. Sono felice del fatto che io abbia spianato la strada con i media ai rapper arrivati negli anni successivi. Questo mi è sempre stato riconosciuto dal mondo accademico, ma dai rapper di seconda generazione non ho mai avuto grande supporto. Non sono mai stato coinvolto nei loro progetti musicali. Riconosco che, comunque, molti rapper hanno dato un grande contributo al tema nei loro brani: Laioung, Tommy Kuti, Ghali, Chadia Rodriguez, solo per fare alcuni nomi. La diversità sta nel fatto che io, per essere visibile, dovevo attingere a piene mani alla tematica. Invece loro – avendo la fortuna di non dover per forza passare dai media tradizionali, essendosi quasi azzerato il rapporto artista-pubblico – non hanno bisogno necessariamente di scrivere di quello. Loro rappresentano l’essere italiani con origini diverse. Possono benissimo parlare di altro e rappresentare le nuove generazioni italiane.

Da poco è uscito il tuo nuovo album Livin’ Proof, ispirato dal tuo tour nei college di New York. Raccontaci questa esperienza.

È stato l’apice di questo lavoro nei college americani che porto avanti già da quattro anni. Ma è stato anche l’apice della mia carriera e del mio sogno. Sono riuscito ad arrivare dove la cultura Hip Hop è nata: da Torpignattara al palazzo in cui Kool Herc organizzò le prime feste. E ci sono andato da protagonista, da lavoratore, e non da turista. A New York è venuto a trovarmi E Money con il quale abbiamo registrato il video di Still Prestigio. Poi rappare in italiano davanti a studenti americani è una sorta di missione: fare capire che anche qui esiste il rap fatto bene. Spesso dopo i concerti rimanevo a parlare con i ragazzi curiosi di conoscere il rap in lingua italiana, pur con le difficoltà di comprensione dovute ai testi in italiano.

Carmelo Leone
Classe '89, divoratore seriale di dischi e serie tv. Scrivo di rap per passione. Faccio l'hater per hobby.