23 luglio 2019
Interviste

Frankie hi-nrg mc: la cultura Hip Hop in Italia ieri, oggi e domani

>Cristina Breuza Cristina Breuza
Giugno 19, 2019

Dopo aver raccontato quanto scritto da Frankie hi-nrg mc nel suo esordio in libreria con Faccio la mia cosa, pubblicato da Mondadori, la redazione de lacasadelrap.com ha voluto fagli alcune domande per capire meglio in che modo sono cambiate le major, il ruolo della critica artistica-musicale nel mondo Urban e tanto altro…

Foto di Damiano Andreotti

Ciao Frankie, la prima cosa che abbiamo notato leggendo il tuo libro è che tu sei stato tra i primi rapper italiani a firmare per una major. Oggi sembra quasi un passaggio scontato, prima non lo era affatto. Quanto è cambiato il rapporto con le major e la musica Urban nel tempo?

È diverso rispetto a quello di vent’anni fa o di quarant’anni fa. In passato, le major avevano dei dipendenti. Questi avevano il compito di cercare sia artisti sia autori. Si ascoltavano le cassette che venivano mandate, andavano ai festival, in giro per il mondo a fare scouting. Poi progressivamente non occorreva più andare in giro, ma solo in certi posti. Adesso basta andare su Youtube. Si aspetta che un artista investa su se stesso, realizzi i video, li promuova, che raggiunga un bacino di fan sufficientemente grande e solo a quel punto la casa discografica entra in gioco, andando a investire su un ready made, non contribuendo allo sviluppo, ma finanziando qualcosa che già sta andando.
Oggi l’artista deve promuovere se stesso. Ciò vuol dire che nel momento in cui io faccio un contratto con una casa discografica, promuovo il prodotto della casa discografica e non solo più me stesso, e quindi hai più mansioni.
Si cerca il ready made, che vuol dire avere 20, 30, 50 oppure 100mila, tralasciando quello che viene detto nelle parole delle canzoni.

La critica musicale, oggi

Volendo sfruttare la tua longevità musicale, come vedi oggi la critica degli addetti ai lavori nell’era clickbaiting?

C’è molta superficialità in questo! La critica musicale è rimasta per pochi, o è praticata male, viene riconosciuta male! La parola “critica” in italiano suona male, agli italiani suona male. La critica, per l’italiano medio, è necessariamente negativa. È quello che ti dice: “hai sbagliato tutto”, oppure “sei un cretino, che cosa hai fatto?” E quindi il critico musicale è uno che viene a dar fastidio ai musicisti che si amano e che dicono: “A tutti questi critici, questi giornalistoni, professoroni”!
Il cronicizzarsi di questa situazione ha fatto sì che di fatto pochi volontari come te della redazione de lacasadelrap.com, come quelli di Rockit e poche altre testate fate ancora critica musicale. Tuttavia, non esiste un senso critico musicalmente parlando. Non c’è una capacità di accorgersi delle differenze. Ad esempio, io amavo Righeira, però mi accorgevo che le canzoni di Pino Daniele e di Lucio Dalla erano diverse.
Sicuramente hanno avuto un ruolo molto importante nella mia educazione musicale i miei genitori, come dico appunto nel libro Faccio la mia cosa. Sono loro infatti che mi hanno insegnato ad ascoltare che cosa viene detto nelle canzoni e le parole che vengono usate, e a prestare attenzione alla poetica che c’è.  Una persona, poi, può amare una canzone frivola, oppure buffa, oppure divertente e basta. Tuttavia, io ho la sensazione che i più giovani non abbiano il senso della critica. Il fatto che tu sia fan di Tizio non vuol dire che lui faccia le cose bene, così nel calcio all’italiana, oppure in politica!

Il “nostro” è un genere che viene dalla strada. Lì ha trovato la sua ispirazione, ma anche la comunicazione. Oggi invece tutto si svolge su i social network dove sembrerebbe che è l’artista a seguire i suoi utenti e non il contrario. Come la vedi?

I social network e la fruizione on demand della vita ci ha resi più insofferenti, più frettolosi. Si fa zapping con maggiore facilità. Non so quanti di questi moderni fruitori arrivino al secondo ritornello di una canzone. Il fatto che hai poco tempo per catturare l’attenzione, devi cambiare spesso, muovere molto la metrica, la base e le immagini per riuscire a conquistare altri dieci secondi di attenzione e così via, tenere la gente lì per tre minuti diventa difficile. Questo fa sì che anche compositivamente parlando cambi. Si inizia a scrivere e a fare i video diversamente. Oggi c’è meno narrazione lineare, meno storie raccontate con un inizio, uno sviluppo e una fine. Sono molto più frequenti storie fatte di frasi mescolate tra di loro, ma il risultato non cambia. Restituiscono comunque un’atmosfera. Quindi è più l’ascoltatore che nella sua testa si costruisce e completa l’immaginario che è suscitato dalle varie barre, rispetto a quello che è raccontato nel brano. Una delle conseguenze del social è proprio questo.





Poi, al di là dell’imbarbarimento dei costumi, c’è della riduzione della distanza anche con gli artisti stessi, ai quali gli puoi scrivere direttamente in DM. L’artista perde “un po’ di smalto” nel momento in cui è accessibile. C’è quindi una maniera più confidenziale di porsi nei confronti di chi fino a qualche tempo fa era puramente idolatrato e che potevi vederlo unicamente nelle sue apparizioni in televisione. Oggi anche un’intervista la puoi sentire anche tempo dopo che è stata rilasciata, proprio grazie ai social.

Quindi certamente i social ci hanno portato delle cose positive. Tuttavia, sarebbe utile abituare al senso critico, sarebbe utile abituare alla relazione personale e umana e non semplicemente a quella mediata, sotto forma di post e di commenti. È fine a se stessa e spesso impoverisce.

Noi e l’Hip Hop

La cultura Hip Hop, come è stata trattata negli anni?

Fondamentalmente non si è lavorato sulla divulgazione sull’idea che l’Hip Hop sia una Cultura. Lo si è sempre trattato come una spezia. Al di là dell’Hip Hop delle origini, quello che io nel libro chiamo il Paleo Rap, quindi Antonello Fassari, De Gennaro, la musica posse, il giornalismo italiano ha coniato il temine “musica posse” pur di non prendersi la briga di capire che cosa stesse succedendo e di fare i necessari distinguo. Mettendo me da una parte, che non arrivo né dal centro sociale né dal marciapiede di marmo; poi ci sono quelli dei 99 Posse che arrivano sì dal centro sociale, ma non dal marciapiede di marmo; poi c’è DJ Gruff che il marciapiede di marmo l’ha messo giù lui, a mano e ci ha messo l’Hip Hop sopra. Con i centri sociali c’entra solo di riflesso, secondaria, rispetto alla cultura.

Tuttavia non si è diffusa come in Francia. Lì non ci sono problemi di parlare di Hip Hop come cultura, così in Germania, oppure in Svizzera. C’è una strafottenza tutta italiana nei confronti di ciò. Il rap? È una forma d’arte, ma noi siamo nel Paese del Bel canto, ce sbattiamo il c**o di questa cosa qui del rap. Chiamiamola musica posse e diciamo che va bene! Oppure: “Sì, sì, questi che parlano a ritmo, ma vuoi mettere la grande canzone italiana”, ma dai? È un approccio che vede nelle cose, nelle culture d’altri degli accessori da storpiare, oppure un qualcosa che può essere semplificato in maniera drastica. Perché tanto noi abbiamo tante altre cose.

Questo approccio ha fatto sì che la cultura vera e propria fosse di poche persone, alcune delle quali hanno fatto molto attorno a loro divulgando, ma sicuramente non aiutando un genitore a capire che cosa sta ascoltando suo figlio. Anche perché lui non ascolta quello che ascolta suo figlio, se lo ascolta lo capisce e non l’apprezza, oppure non si fa domande, e quindi tutto procede regolare.

Quale resta la “cosa” da fare?

Pensare con la propria testa. L’approccio migliore è che ognuno deve fare la propria cosa: quello che ti piace, che ti gratifica e che ti fa star bene. Poi se piace anche al pubblico, tanto di guadagnato. Non devi metterti qualcosa che non è tuo e sembrare qualcun altro, o qualcos’altro che ti deformi rispetto a quello che sei.

Domanda di rito: progetti futuri?

Più che progetti musicali, oggi in vista ho un progetto teatrale. Inizierò a breve un Tour teatrale in giro per i teatri italiani in cui porterò in giro il mio libro. Sarà uno storytelling intrecciato con espansioni musicali per far comprendere a pieno l’energia di alcuni brani che più mi hanno ispirato. Poi certamente farò alcuni miei pezzi storici. Ci vediamo ad ottobre a Roma al Teatro Eliseo per iniziare!