08 dicembre 2019
Interviste

L’importanza delle radici: DJ Fede racconta Product of the 90’s

>Erika Musarò Erika Musarò
Novembre 15, 2019

In occasione dell’uscita del suo nuovo album Product of the 90’s, pubblicato per Overdrive Records, abbiamo scambiato due parole con DJ Fede per capire cosa c’è dietro questo progetto che vede un ritorno degli anni ’90.

Al microfono, sulle basi del produttore torinese, una rosa di nomi che vogliono celebrare il “buon vecchio rap”, in modo esplicito e dichiarato. Scopriremo in quest’intervista i motivi per i quali l’album ospita Dafa, Claver Gold, Gast, Blo/B, Inoki, Brain, Esa AKA El Prez, Malacarne, Maury B, Suarez, Supremo73, Nardo Dee e, nelle due bonus track, anche Sab Sista, Tormento e l’indimenticabile Primo Brown, nell’acoustic version di Le ultime occasioni del 2013.
Buona lettura!

Quest’album è un omaggio al rap degli anni ’90. Quale importanza ha per te questo decennio, personalmente e musicalmente parlando?

Per me è stato un decennio fondamentale. Gli anni ‘90 sono quelli in cui sono cresciuto musicalmente. Sono stati un decennio molto vivace: l’acid jazz, il trip hop, la drum and bass, il big beat e, naturalmente, la golden age del rap. Ho attraversato un po’ tutti questi suoni, tutti legati al mondo della black music, il suono che mi appartiene. Sono gli anni in cui ho scoperto il funk, il soul e il jazz, tutti generi che hanno alimentato i generi sopra citati. Credo di essere stato molto fortunato a vivere in maniera così intensa quel periodo. Dopo il duemila è cambiato tutto: ci sono state molte varianti, è emerso qualche ritmo nuovo ma a livello di impatto sociale e culturale niente mi sembra abbia eguagliato i generi dei ’90, che hanno raggiunto un valore di sottoculture unico.





All’ascolto ci si accorge della scelta di voler curare il sound secondo lo stile dell’epoca, a discapito delle novità e delle sperimentazioni sempre più presenti nella scena rap del momento. Com’è stato questo ritorno al passato?

Non ne parlerei come un ritorno al passato, perché il mio suono in 12 album è rimasto fedele a se stesso. L’unica differenza rilevante è che, a parte Nardo Dee, manca la nuova generazione. Ho sempre ospitato con piacere i giovanissimi nei miei dischi e ho sempre voluto affiancarli a nomi più affermati, ma durante la lavorazione di Boom Bap Beatz mi sono reso conto cha tra le nuove generazioni e il mio modo di vivere, fare e rapportarmi con il rap c’era sempre più distanza. Oggi come oggi un trapper non è praticamente in grado di rappare su un beat “classico”. Il rap classico e questo tipo di beat non sono mai spariti, hanno solo avuto uno spazio diverso all’interno del business, ma gli amanti del genere ci sono sempre, gli estimatori sono sempre in cerca di materiale nuovo, quindi spero che questo disco possa soddisfare questa voglia di golden age.

La scelta delle collaborazioni. Come si può notare dai nomi, sono tutti rapper della scena underground e, appunto, non di ultima generazione. Da cosa è scaturita questa decisione?

Appunto, quello che intendevo prima è che fondamentalmente nei nomi che ho inserito ho trovato persone in grado di interpretare quello che poteva essere il mio pensiero e la mia visione di questa musica. Ovviamente, con chi è cresciuto con certi ascolti è molto più facile trovare una sintonia. Come dicevo prima, i giovani si sono allontanati troppo dal suono “originale”, molti di loro non ne conoscono nemmeno le radici dunque, partendo da questi presupposti, diventa veramente difficile creare una collaborazione anche quando c’è una conoscenza o una simpatia personale. Poi so che ci sono trapper che avrebbero le skills per rappare su un beat classico, ma con la piega che aveva preso il disco, non aveva più nessun senso inserirli, non lo aveva per me, ma non lo avrebbe avuto nemmeno per loro. Infine, c’è il problema dei contenuti: chi arriva da una certa scuola è più propenso a inserire contenuti, anche quando un pezzo è basato più sull’intrattenimento, il background si fa sentire, dà un certo spessore al brano, cosa che faccio fatica a sentire in gran parte delle nuove generazioni.

La traccia 2 è in collaborazione Claver Gold. In una nostra intervista, parlando del suo ultimo album Lupo di Hokkaido, ha riferito, appunto, di un’estinzione dei contenuti, dei valori e di tutto ciò che era l’hip hop nella scena rap odierna. Cosa pensi a riguardo? Condividi la sua posizione?

Infatti, sì, sono totalmente d’accordo, è un’assoluta verità e ci aggiungo che lo dice molto bene perché, non a caso, il brano con lui è il manifesto del disco, ma non solo per il titolo (è la title track del disco), ma per i concetti che esprime e il modo che ha di esprimerli è la quintessenza del mio album. Come dicevo prima, è questa vicinanza di visione e di pensiero che mi ha avvicinato a certi MC. Tra l’altro ritengo Claver Gold uno dei migliori rapper, a livello di scrittura e di attitudine, che abbiamo in Italia.

L’ultima traccia vede una collaborazione un po’ particolare, quella con Primo Brown. Il brano è in realtà una acoustic version di Le Ultime Occasioni, pezzo uscito nel 2013 e presente in DJ Fede Presenta Tutti Dentro… Di Nuovo. Cosa significa per te questa collaborazione?

Primo è stato un amico e un collaboratore: abbiamo suonato parecchio assieme e abbiamo realizzato vari brani ma, a prescindere da questo, la cosa più importante è che si tratta di un artista che ho profondamente stimato. Non ha mai smesso di migliorare il suo modo di scrivere, di usare la voce e, dal vivo, era un vero e proprio “animale” da palco. Questo faceva di lui, oltre che una bella persona, un artista straordinario, che manca a tutti coloro che lo hanno conosciuto e a chi lo ascoltava. Non riesco a staccarmi completamente da lui, per questo ho realizzato questa nuova versione e Le ultime occasioni in modo da poterla inserire nel disco. Se fosse per me, metterei un suo pezzo in tutti i miei prossimi album. Sono in contatto costante con Mauro, il papà di David, lo tengo sempre aggiornato su ciò che faccio e gli mando tutti i prodotti che realizzo; mi fa piacere mantenere un rapporto e credo che questa cosa sia reciproca.

L’artwork di copertina è una grafica che ricorda una locandina di un film horror. Le tracce, invece, rimandano ad un immaginario quasi “luminoso”. C’è una spiegazione dietro la scelta di questa contrapposizione visivo-uditiva?

La copertina descrive un po’ il momento che sta vivendo il rap e che, sommessamente, cerco di rappresentare. La situazione non è allegra, sono più le tenebre che gli scorci di sole, quindi raffigura un po’ la mia visione della situazione musicale. Molti dei rapper della mia generazione con talento, cultura e grandi capacità di scrittura sono un po’ “dimenticati”, e questo è inaccettabile. È giusto che il nuovo ci sia, ma non ci si può dimenticare ciò che c’è stato prima. Mentre i brani, nella maggior parte dei casi, non si possono definire allegri, sono un po’ lo specchio della mia voglia di fare musica e rappresentano il rap che mi piace. Usando sample tendenzialmente con accordi minori, quindi blues, questo porta inevitabilmente chi scrive sui miei beat a non fare proprio il singolino estivo…

Sempre più spesso si parla della fugacità della musica attuale, considerata un prodotto di consumo. È erroneo pensare che in quest’album ci sia una sorta di presa di posizione riguardo a questa questione?

Anche se sembra assurdo, voglio e spero che la mia musica sia sentita da poche persone ma che siano in grado di pesarla e che, negli anni, continuino, magari saltuariamente, a riascoltarsela. Non faccio musica per lanciare un singolo che ascolti fino a quando ti esce dalle orecchie e poi ne hai un naturale rifiuto perché non ne puoi più di sentirlo. Io, senza fare paragoni, riascolto ancora con piacere dischi come Fritz Da Cat di Fritz Da Cat, 60 HZ di Shocca, Odio Pieno dei Colle Der Fomento o Neffa e i Messaggeri Della Dopa di Neffa.