08 dicembre 2019
Interviste

No Label, tra jazz ed elettronica, ci presenta il suo disco

>Loris Bellitto Loris Bellitto
Novembre 28, 2019

Quanto ci hanno rotto le palle tutti ‘sti beat uguali a loro stessi? Se anche voi vi siete posti questa domanda ultimamente, bene, mettete in play il disco omonimo di No Label. Il ragazzo di origine padovana, al suo esordio, ci dimostra di essere un artista innanzitutto originale, con suoni che potrebbero essere catalogati in diversi generi musicali. Dal jazz all’elettronica, sino a beats minimali che lasciano ampio spazio alle voci dei (pochi) ospiti (BarracanoUgo BorghettiDola Phra Crookers), il disco è un mash-up di tutto ciò che c’è nella testa del ragazzo, e di quello che gli piace musicalmente…

Ci siamo fatti raccontare da lui stesso com’è nato e cosa gli passa in cuffia ultimamente!

Sei giovanissimo, da quanto produci?

Saranno più o meno 3 anni ormai, dal 2017, che mi dedico alle produzioni, ma faccio musica dal 2013. Non è qualcosa che avevo fin da piccolo, i miei non sono musicisti, c’era una chitarra a casa ma non mi sono mai messo d’impegno per imparare. Poi per caso, su internet, ho trovato un disco su Youtube dei Nirvana e ho detto “’sta roba spacca, voglio farla pure io” e da lì è cominciato tutto, era circa il 2013, ho messo su con dei miei amici un gruppo, abbiamo cominciato a sperimentare… Come un po’ hanno fatto tutti.

Come mai hai scelto il nome No Label?

Avevo i miei amici che rappavano e mi sono proposto per fargli i beat, ho praticamente cominciato a produrre a caso. In realtà l’ho potuto fare visto che avevo già fatto qualche pezzo originale col mio gruppo, ma avevo bisogno di un nome d’arte e non sapevo cosa scegliere. Mi piaceva molto il concetto di essere difficilmente etichettabile, non al livello di label musicale ma proprio a livello di unicità. Voglio poter variare, fare ciò che mi piace, senza restrizioni.

Spazi dall’elettronica al jazz (in Duke Ellington), come mai?

Volevo fare un disco che racchiudesse un po’ tutti i miei viaggi ed ispirazioni personali. Alla fine è il mio primo disco e volevo che riassumesse la mia figura. Ho fatto molta roba musicalmente parlando e volevo ci fosse tutta. Tempi strani potrebbe essere una versione contemporanea di una suite prog, Duke Ellington ha dei toni jazz, invece Perdere con Ugo Borghetti alla fine è sì senza batteria ma con una chitarra acustica che si ricollega al mio periodo di quando suonavo e basta.





Infatti nei feat lasci molto più spazio alle voci…

Sì, perché alla fine ci sono 4 tracce su 11 con gli ospiti quindi mi sembrava giusto dare spazio alle voci. Alla traccia con Barracano volevo che l’artista avesse un terreno, un tappeto musicale diverso da quello classico, con Dola magari già meno, ma qualcosa che non fosse il suo solito beat. Farlo uscire dalla sua zona di comfort.

Lui quando canta mi dà una sensazione claustrofobica e piazzarlo su un mood claustrofobico mi piaceva. Infatti alla fine è venuta fuori una cosa figa, come anche con Borghetti: lo vedo come un tipo da strada… Me lo immagino in strada sulla chitarra che che si esibisce in acustico, cose così.

Quindi tu avevi il beat pronto e si sono adattati loro sopra?

Sì avevo il beat pronto. Gli ho proposto di provare, ovviamente se gli piacevano le basi e da li sono nati i pezzi.

Secondo te in questo periodo la figura dei producer sta superando quella dei rapper? Prendendo ad esempio anche la scena oltreoceano volendo…

Oddio più dei rapper non lo so. Oltreoceano, apparte Metro Boomin che ha un enorme riscontro, ma molti produttori grossi americani non sono conosciuti, pensa a Take a Daytrip che ha fatto Mo Bamba, Panini, che nonostante abbiano migliaia di followers a livello di ascolti i numeri sono molto più alti.
Sick Luke e Charlie Charles, hanno talmente tanto seguìto che già capisci che qui in italia il produttore è molto più valutato, ed è positivo secondo me.

Hai dei producers a cui invece ti ispiri?

Non ho propriamente dei nomi a cui guardo, ma più dei sound che preferisco. Non mi viene di fare tipo la traccia come Ronnie J, magari mentre cammino per strada mi viene un’idea che provo subito a tradurre in musica. Mi piace comunque molto Flying LotusSophieSam Gellaitry, nomi non propriamente grossi… Anche compositori di colonne sonore ed artisti che non sono hip-hop, ad esempio ora sono in fissa con Micalizzi e le colonne sonore anni ’70. Spazio molto nei generi, più guardi fuori dal genere che stai provando a fare più viene un risultato originale.