27 maggio 2019
Beatrate

Mux è il protagonista della seconda puntata di Beatrate

>Ciro Carchia Ciro Carchia
Marzo 23, 2018

Beatrate è la nuova lente di ingrandimento sul mondo del beatmaking de lacasadelrap.com. Negli ultimi tempi, il livello della scena nazionale si è alzato notevolmente e l’obiettivo di Beatrate è quello di approfondire e dare più spazio ai lavori dei beatmakers emergenti da noi ritenuti più interessanti.

Nel caso ti fossi perso la prima puntata con Morpheground, ti consigliamo di dargli uno sguardo e, soprattutto, di ascoltare il suo ultimo lavoro.

Per questa nuova puntata abbiamo deciso di presentarvi “Artificialscape“, prima fatica di Mux, beatmaker napoletano dall’indubbio talento, che si presenta con un sound davvero coinvolgente. Il progetto, uscito per l’etichetta Hashetic Front Records, è un lavoro molto curato e caratterizzato da atmosfere esotiche ed avvolgenti che accompagnano l’ascoltatore durante l’intero viaggio sonoro.

Mux

Sei piombato sulla scena con un lavoro molto curato e decisamente maturo per essere un esordio. Ti va di raccontarci il tuo percorso musicale prima di “Artificialscape”?

Per prima cosa vorrei ringraziare Beatrate e lacasadelrap.com per l’interesse e lo spazio concessomi. Mi fa molto piacere che “Artificialscape” sia stato percepito in questo modo. Forse si può definire “maturo” perché, nonostante sia il mio primo lavoro pubblicato, sono più di quindici anni che produco. Il mio percorso musicale inizia durante i primi anni del 2000 come beatmaker “tradizionalmente” Hip Hop (all’epoca il mio pseudonimo era “DjVis”: feci uscire anche un demo dal titolo “Fuego Desaparecido”). Dopo varie produzioni, esperienze e collaborazioni, ho sentito l’esigenza di muovermi verso altre sonorità, anche perché nel 2009 avevo iniziato a studiare basso elettrico con Mario “4MX” Formisano (Almamegretta), che m’ introdusse per la prima volta alla musica elettroacustica, alle sue varie forme compositive e al Dub, facendomi così avvicinare al mondo dell’elettronica in generale. Nel 2011, insieme ad altri due miei amici, decidemmo di formare un gruppo, gli Ear Injury, con cui ho avuto la possibilità di calcare diversi palchi in giro per l’Italia e di collaborare con artisti nazionali ed internazionali. Grazie a queste esperienze ho avuto voglia di approfondire e migliorarmi e così, nel 2013, mi sono iscritto al corso di Musica Elettronica del Conservatorio di Avellino, sino ad arrivare al 2015/2016 dove nasce il progetto Mux.





Come nasce “Artificialscape”? Qual è il concept dietro questo progetto e qual è la chiave di lettura per approcciarsi nella maniera migliore al disco?

L’idea di “Artificialscape” nasce molto tempo fa, ma è poi maturata solo negli ultimi anni. L’EP è il frutto di una rielaborazione di provini che avevo realizzato precedentemente. Il “fil rouge” di questo progetto si è definitivamente palesato al ritorno di un mio viaggio in Polonia, a Cracovia precisamente. L’idea era quella di unire sia la forma compositiva del “paesaggio sonoro” (una composizione musicale elettroacustica che crea un ritratto sonoro di un ambiente acustico) sia il beatmaking, ricreando, a differenza del tradizionale “soundscape”, un paesaggio artificiale nuovo formato da elementi e sensazioni raccolti in più luoghi. Mi è difficile dare una chiave di lettura precisa ed unica al mio lavoro: credo che il bello della musica (soprattutto quella strumentale) sia anche questo, cioè che ognuno si può approcciare in maniera differente e trovare/provare cose diverse, che a volte possono anche discostarsi dalla volontà dell’autore. L’unica parola che, probabilmente, mi viene in mente da associare all’ascolto e che non deve mai mancare è “curiosità”.

Quali sono state le tue influenze musicali, gli artisti con cui sei maggiormente cresciuto e quali invece ti danno oggi ispirazione e ti stimolano nella ricerca di nuovi percorsi?

Ho sempre ascoltato molta musica senza soffermarmi su di un genere ben preciso, anche se alcuni dischi di Hip Hop Italiano, come “107 Elementi”, “Melma e Merda”, “Neo Ex”, “950” ed altri, sono stati molto importanti, soprattutto nella mia adolescenza, anche se (credo come molti) rimasi folgorato da J Dilla. Di artisti che mi ispirano tutt’ora ce ne sono un’infinità: potrei partire da Flying Lotus, Dj Shadow, El P fino ad arrivare a Bonobo, Burial, i Noisia, Jon Hopkins, Petit Biscuit, Flume. Mi piacciono e m’ispirano tutti quegli artisti che sono “personali”, che hanno qualcosa da dire e che, anche riuscendo a ritrovare le varie influenze, rielaborano il tutto con un proprio linguaggio.