27 maggio 2019
Beatrate

Lester Nowhere e Saito nella nuova puntata di Beatrate

>Ciro Carchia Ciro Carchia
Gennaio 11, 2019

Beatrate è la nuova lente di ingrandimento sul mondo della produzione musicale in collaborazione con beatmakings.it. Negli ultimi tempi, il livello della scena nazionale si è alzato notevolmente e l’obiettivo di Beatrate è quello di approfondire e dare spazio ai lavori dei migliori beatmakers dello stivale.

In questa nuova puntata vi presentiamo “Groove Marauders 2“, il terzo progetto collaborativo dei due beatmaker pratesi Lester Nowhere e Saito.

Sull’onda del primo volume, i due hanno messo insieme un altro mini album di 12 tracce, includendo collaborazioni da tutto il mondo: prendono parte i rapper Omaure (Germania), Obijuan (UK) e DistantStarr (USA) e i beatmaker Ntourage (Angola), Minthaze (Giappone), Otesla (Danimarca) e Cat Paw, anche lui toscano.

È una raccolta di vibrazioni che difficilmente lasceranno a bocca asciutta i fan di ogni tipo di hip hop: si spazia dal boom bap di fine anni ’90 a serenate lo-fi, chillout, trap, groove alla J Dilla e mood simili ai primi lavori di Mndsgn e dei colleghi della scena losangelina.

Con questo progetto i due beatmaker sperano di ripetere il successo dei loro lavori precedenti, “Groove Marauders” e “Glidin’ Along“, che hanno totalizzato più di 7 milioni di ascolti complessivi su Spotify.

Questo è il vostro terzo progetto insieme, come è nata la vostra collaborazione?

L: È una storia abbastanza divertente. Trovai Saito su Soundcloud 3 anni fa, in un momento durante il quale ero abbastanza depresso proprio per il fatto di non conoscere nessuno della mia città che condividesse la mia stessa passione. Al tempo lui era già abbastanza affermato e aveva già un sacco di progetti fuori, quindi appena scoprii che lui era di Prato non potevo crederci. Lo trovai su Facebook e mi resi inoltre conto che andavamo allo stesso campo estivo quando eravamo bambini. È stato buffo ritrovarsi in queste vesti.





S: È stata una figata incredibile! Anche io, nonostante avessi conosciuto a Firenze ragazzi appassionati di hip hop (fra rapper, beatmaker e divoratori di dischi) super grintosi e fantastici, sono rimasto molto sorpreso di aver scoperto di non essere l’unico beatmaker a Prato, tant’è che la prima volta che Lester mi contattò pensavo che fosse un fake e lo ignorai per qualche mese, fino a quando non mi ricontattò lui e capii che si trattava di un ragazzo in carne ed ossa, real as fuck. Non smetteremo mai di ridere sopra a questo evento. Altrettanto buffo il fatto che l’input di partenza sia stato Soundcloud, nonostante abitiamo a 2 minuti (letteralmente) a piedi di distanza. Me ne assumo le colpe: essendo un ragazzo molto riservato ed un cosiddetto bedroom producer, non è che mi si potesse trovare in contesti reali a fare musica (allora non facevo ancora serate).

Come descrivereste il lavoro a quattro mani rispetto al workflow individuale?

S: Sono molto selettivo quando si tratta di lavorare a quattro mani, ma quando trovo la persona giusta si crea la sinergia perfetta. Un’alchimia di estetismo e profondità che viene naturale e spontanea. Diciamo che in compagnia cerco comunque un approccio al beatmaking più leggero, da presabbene, come se fossi in una serata fra amici stretti, alternando momenti di cazzeggio genuino a viaggioni. Individualmente il processo è diverso, parte tutto da qualcosa di profondamente interiorizzato ed il fattore estetico viene dopo. Faccio comunque amalgamare il tutto in breve tempo, perché un beat per me è un lampo di ispirazione/intuizione e non sopporto l’idea di lavorare su una traccia a più tempi.

L: Per quanto mi riguarda, quando lavoro con una persona che stimo artisticamente e che mi motiva, tendo a farmi meno problemi inutili e seghe mentali. Da solo spesso spendo il triplo del tempo dovuto su un beat, mentre quando collaboro tendo a farmi meno problemi e ad essere meno minuzioso (anche per non annoiare a morte l’altro). Ovviamente lavorare da solo resta fondamentale per migliorarmi, sperimentare e scoprire nuove tecniche.

Il progetto spazia tra varie sonorità, ovviamente legate al mondo dell’hip hop e della black music. Quali sono le vostre principali influenze?

L: Io ho iniziato a fare beat spinto dalle strumentali di 9th Wonder, produttore che scoprii anni fa per i suoi lavori con il rapper Murs. Col passare del tempo ho scoperto artisti che mi hanno abbastanza cambiato la vita, come Kanye West, Madlib, A Tribe Called Quest e Tyler the Creator. Un grande salto l’ho fatto dopo aver conosciuto Saito, e poi o k h o (artista di Vignola): senza di loro probabilmente non avrei mai preso il beatmaking sul serio, mentre adesso è tutto quello che faccio.

In generale non mi piace provare a emulare il suono, o lo stile di un artista (se non per allenamento), il mio processo sta più nel farmi ispirare da ciò che qualcuno ha fatto, e da ciò che dice nelle interviste o trasmette nei pezzi; per me si tratta più di “motivazione” che di ispirazione.

S: La mia primissima e gigantesca influenza, risalente al 2012 (anno in cui ho iniziato a fare beat) è stata quella di Nujabes. Quella musica mi trasmette un senso di pace ed armonia incredibile. Due anni dopo ho riscoperto il boombap dell’East Coast ed è stato un altro amore a primo ascolto. Sono partito dal classico DJ Premier, che alternavo alle produzioni italiane di DJ Shocca e Fritz da Cat. Ero fissatissimo nell’ottenere drums così potenti, specialmente parlando di kick. Da qui infatti ho iniziato a farmi una cultura sui campionatori, appassionandomi inizialmente della serie Akai, tant’è che acquistai a distanza di poco tempo un Akai MPC 2000XL ed una S950. Successivamente scoprii J Dilla e, inutile dirlo, mi si aprii un mondo. Che bassline, che groove, che vitalità. Piano piano poi ho approfondito sempre più la cultura dei campionatori, scoprendo lo storico marchio E-MU, in particolare i modelli SP1200-SP12-Emax (attualmente possiedo una SP12 e bramo una Emax, ma sono macchine introvabili). In particolare, fra i beatmaker che usavano queste macchine, mi loopavo  a palla Lord Finesse, Buckwild, Damu the Fudgemunk, Grap Luva, Easy Mo Bee, Nick Wiz. Ho anche avuto una fase lo-fi pura in cui la maggiore influenza arrivò da un duo di beatmakers italiani, i Dusty, con un beat che mi conquistò (Genma).

Vi va di parlaci delle partecipazioni internazionali all’interno del disco?

L: In tutti i progetti che abbiamo fatto assieme abbiamo voluto collaborare con amici e artisti da svariate parti del mondo, che ci siamo fatti in questi anni di attività, principalmente su Soundcloud. L’idea che persone da New York, Tokyo, Londra ascoltino i nostri tape su Spotify ci ha sempre ispirato molto a creare, e mettere in un progetto artisti di altri Paesi ovviamente aiuta a farci ascoltare anche lontano da casa.

In “Groove Marauders 2” ci hanno aiutato i beatmakers Ntourage, dall’Angola, Otesla, danese, Minthaze dal Giappone e Cat Paw, che invece è italiano, e vive non molto lontano da noi. I rapper che hanno impreziosito alcuni beat sono l’americano Distantstarr, che ha lavorato anche con Blu e Hudson Mohawke, Il rapper e beatmaker tedesco Omaure, e Obijuan, inglese.

Cosa ne pensate dell’attuale scena del beatmaking italiana?

S: Io penso che sia piena di gente talentuosa e che ha molto da dare. Il problema è che i beatmaker di spicco sono sempre pochi, sembra che non ci sia molto spazio concesso in confronto a quanto ne abbiano i rapper. So che è sempre stato così, ma proporzionalmente è davvero poco. Scindendo un attimo la categoria di beatmaker che si dedicano principalmente a progetti strumentali da quella di chi fa beat quasi esclusivamente a rapper, la prima mi sembra star prendendo sempre più campo e ne sono contento. Sicuramente stanno influendo molto anche le grandi piattaforme virtuali, come Spotify o Youtube, che stanno portando sempre più persone ad avvicinarsi al mondo del chill/lo-fi hip hop. Per me può essere un punto di partenza molto utile, perché dà modo all’ascoltatore medio di valorizzare questo genere che è in ombra (N.B. parlando di tutto questo non mi sto riferendo alla trap, che mi sembra stia andando alla grande!) in troppe città. Va a crearsi un interesse che può potenzialmente portare ad aprire sempre più serate a tema. Sono ottimista nato e in definitiva vedo luce per la scena italiana!

P.S. Attualmente, nel sottosuolo, ci sono un sacco di ragazzi forti e simpatici che stanno portando avanti un progetto per diffondere il verbo dell’hip hop lo-fi in Italia. C’è molto affiatamento e qualcosa cambierà (tanto per fare citazioni)!

L: Credo che sia molto più viva di quanto molti pensino, ma anche un fantasma allo stesso tempo. A me pare che il panorama dell’hip hop e della musica italiana non riesca a validare ciò che noi beatmaker facciamo come “musica vera”. Se provi a spiegare a qualcuno che fai beat, ti chiedono subito se ci rappa sopra qualcuno. Negli USA la beat scene è vigorosa e riconosciuta, un sacco di beatmaker fanno tour e serate, che qua non riescono a essere concepite. La spinta secondo me c’è, conosco un sacco di ragazzi che fanno beat e ne scopro di nuovi ogni settimana, ma è come se la scintilla dovesse ancora nascere, oppure non riesca ad accendersi. Comunque shoutouts a tutti i talented motherfuckers che conosco, elencarli sarebbe troppo lungo, ma sono davvero tanti in Italia.