17 settembre 2019
Digging in the web

L’unica via di Flo’w è una Rapsurrection

>Chiara Cinti Chiara Cinti
Settembre 05, 2019

Torna Diggin In The Web, con l’unico obiettivo di dare uno spazio ai nomi più interessanti dell’underground italiano. Il protagonista di questa puntata è la Rapsurrection dell’MC di origini milanesi, Flo’w.
Un album fuori dai binari del rap game, il cui scopo è colmare il vuoto lasciato da una scena senza contenuti, spoglia di poesia.

Rapsurrection vuole essere per il pubblico e per l’artista stesso, un progetto di rivalsa, un’ancora in grado di tenerci ben saldi al concetto di Rhythm and Poetry.

Quando hai sentito la necessità di iniziare a scrivere? Da dove nasce Flo’w?

All’inizio non volevo farlo. Da ragazzino timido, studioso, un po’ nerd e tra le nuvole sono sempre stato l’opposto dello stereotipo del rapper e scherzavo su come si atteggiassero; d’altro canto però adoravo scrivere, in particolare storie. La mia vita è cambiata quando ho iniziato a scoprire, assieme allo skate, l’hip-hop e la poesia del rap underground. Spinto da un amico, ho cominciato coi primi freestyle, e a quattordici anni, alla richiesta di scrivere un pezzo sull’amore, è nato un po’ titubante il mio primo testo. Era il 2008 e in classe qualcuno mi chiamava “Flo”…

Dov’è che invece finisce Flavio ed inizia l’artista?

Bella domanda. Ti potrei rispondere che Flavio riesce ad essere pienamente se stesso soltanto tramite la musica, soprattutto nella forma del rap. Da buon introverso la comunicazione verbale diretta non è il mio forte, e c’è un universo di sensazioni, mondi e sfumature che non permette di esprimere. Puoi davvero conoscermi più a fondo in tre minuti di canzone di quanto potresti forse in un anno frequentandomi.





Rapsurrection è un titolo ben poco fraintendibile, ma per te cosa significa?

Ci sono tre significati: è la mia rinascita dopo una lunga crisi artistica, grazie alla quale ho capito che tirarmi indietro e smettere non è un’opzione che funziona; è il ritorno – e la crescita – che vorrei vedere nel rap italiano di oggi per quanto riguarda tecnica, poetica e contenuti; ed è il percorso e la rivalsa (lungo tutta la tracklist) di chiunque si trovi faccia a faccia con le proprie ombre.

Il brano che mi ha colpita maggiormente è stato L’unica via. Qual è invece il brano a cui tu sei più legato?

Difficile sceglierne uno. Sono quasi tutti esorcismi delle mie insicurezze in momenti diversi del percorso; brani come L’Unica via, 00 e Fino alla fine mi hanno aiutato a concludere l’album e mi motivano tutt’ora. Prima D è estremamente personale, è la prima volta che parlo così apertamente della mia introversione e ha un posto speciale. E per quanto riguarda beat, flow, concept e ritornello adoro Rapsurrection, la title track.

Ho visto che c’è una versione acustica del brano Prima D, sei anche un musicista quindi?

Ho conosciuto una chitarra molto tempo prima di conoscere il rap. Con la scelta di un percorso musicale dopo il liceo è nata la passione per la musica orchestrale, classica e da film, fino alla decisione di approfondire in seguito lo studio della composizione. È un mondo così meravigliosamente lontano dal rap game che tendo a mantenere i due percorsi separati (anche se ogni tanto qualche influenza si può sentire nelle mie strumentali!).

00 è l’unico brano con un video ufficiale, come mai lo hai scelto come vessillo dell’album?

L’idea era di girarne altri, sono solo slittati un po’ i tempi. È curioso che l’inno a prendere posizione e smetterla di aspettare sia un brano che ho scritto nel 2014 e non ho mai fatto uscire. L’ho ripreso in mano per quest’album, a undici anni di rap compiuti senza mai spingermi sul serio, ed era la dichiarazione perfetta.

 

Guarda il video di 00 su YouTube

Come dici tu stesso Rapsurrection è un progetto completamente autoprodotto. Quale processo, tra quello di produzione e quello di scrittura, viene prima? Come nasce un brano di Flo’w?

Scrivo sempre sulla musica, ed è importante per me che il beat sia tendenzialmente quello definitivo; ormai considero il rap parte della struttura musicale, e tutto – dal flow alla metrica al tema – viene in qualche modo influenzato ed ispirato dalla base. Periodicamente creo strumentali, e da lì attingo quando ho l’impulso di scrivere. Altre volte invece ho un’idea in testa ancora prima di creare la musica e il brano nasce già dalla prima nota con una direzione precisa.

Quali sono i tuoi artisti di riferimento, quelli dai quali trai ispirazione?

Pur considerando l’importanza che per me hanno avuto artisti italiani come i OneMic, i Duplici, Kaos, Bassi e molti altri, è inutile negare che le mie più grandi ispirazioni siano state e restino tutt’ora Eminem e Dr. Dre. Dal lato beatmaker il podio è condiviso con Scott Storch. Dal lato MC ci sono 2Pac, Nas, Hopsin, Tech N9ne e seguo da un po’ con interesse Logic, Dax e NF. In Italia, guardando all’hip-hop, quello che più mi dà ossigeno ai polmoni al momento è MezzoSangue.

Vivi in una realtà, come quella di Milano, carica di artisti. Cosa credi che ti distingua dagli altri?

Forse il fatto che mi sono posto questa domanda tante volte da arrivare quasi a smettere, chiedendomi che bisogno ci fosse di un rapper in più. Sono quello che ogni tanto si chiede se le punchlines degli altri possano essere rivolte a lui… e che quando il rap è esploso ha provato a farsi da parte, senza successo. So come funziona l’insicurezza, so che c’è un tipo di pubblico a cui il rap italiano dà troppa poca voce, e vedo un buco nella scena a livello tecnico e poetico che nessuno si decide a colmare a fondo – perlomeno per quello che sono i miei gusti. C’è una sorta di arroganza diffusa qui in Italia e poca volontà di portare reale valore alle persone e alle parole, oltre che un’incredibile voglia di conformarsi a un trend seguendo solo ed esclusivamente quello… cosa che per natura io non sono mai riuscito a fare.

Hai già in mente un possibile prossimo progetto?

Ora voglio concentrarmi su singoli e un po’ di featuring. Tastare, sperimentare, uscire allo scoperto. Comincio a calibrare la bussola in base ai feedback, alle nuove idee e all’esperienza accumulata con questo album. Penso che l’italiano non sia ancora stato sfruttato a fondo nel rap e che in quanto a sound sia il momento di chiudere i discorsi su vecchio/nuovo e ascoltare di più la propria creatività.

 

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Chiara Cinti
Il mio primo incarico fu quello di costruire le navi che portarono gli Achei a Troia, ma con la crisi che c'è, ho preso a farne solo di carta e di dimensioni microscopiche. Assidua mangiatrice di lasagne e libri. Probabilmente sono l'anima gemella di Hannibal Lecter. Dite Mellon ed entrate.