08 aprile 2020
Ladies First

Ladies First puntata #3: AliCè x CVTà – Street Fest

>Carlo Piantoni Carlo Piantoni
13 Aprile, 2016

Benvenuti a Ladies First per l’episodio 3. L’appuntamento di oggi è particolarmente gradito, infatti è dedicato all’iniziativa “CVTà – Street Fest”, dove la street art conquista i muri di un piccolo borgo del Molise. La manifestazione si terrà da giovedì 21 a domenica 24 aprile 2016 e vedrà protagonisti sei artisti che hanno lasciato tracce del loro passaggio in diverse città del mondo: Biancoshock (Italia), David de la Mano (Uruguay), Pablo S. Herrero (Spagna), Hitnes (Italia), ICKS (Italia), UNO (Italia). La direzione artistica della manifestazione è firmata da Alice Pasquini, in arte AliCè, che per l’occasione ci ha concesso un’intervista. Il coordinamento degli eventi è affidato a Jessica Stewart (autrice delle foto presenti nell’articolo, se non diversamente specificato). L’organizzazione è affidata alla Pro Loco “Vincenzo Cuoco”, che gode del patrocinio del Comune di Civitacampomarano e della Regione Molise.

GLI ARTISTI – Italiani che hanno lungamente lavorato all’estero e artisti stranieri alla scoperta dell’Italia si incontrano per le strade e sui muri di Civitacampomarano. Street artist e pittrice, ma anche illustratrice e scenografa, la romana AliCè (www.alicepasquini.com) è la direttrice artistica del Festival. Ha portato nelle più importanti città del mondo la sua arte che mescola narrazione della vitalità femminile, fruizione tridimensionale delle opere e installazioni con l’uso di materiali inconsueti. Il milanese Biancoshock (www.biancoshock.com) definisce i suoi interventi urbani temporanei, amplificati attraverso la fotografia, i video e i media, con il termine Effimerismo, da lui stesso coniato. Arriva da Montevideo in Uruguay David de la Mano (daviddelamano.blogspot.it), che approda alle pitture murali e all’arte pubblica a partire dagli studi in Spagna dedicati alla scultura e dai progetti installativi e di land-art. Il linguaggio pittorico dello spagnolo Pablo S. Herrero (www.lasogaalcielo.blogspot.it) è legato al codice degli alberi e delle foreste. La sua attività come muralista si concentra soprattutto fuori dai centri urbani, abitando periferie, aree marginali e zone rurali. In primis disegnatore e poi pittore su parete, con una predilezione tematica per il mondo animale e vegetale, Hitnes (www.hitnes.org) da Roma gira il mondo disseminando al suo passaggio figure di un bestiario e di un erbario in continua evoluzione. Unico artista molisano di quelli invitati alla prima edizione di “CVTà – Street Fest”, ICKS (www.facebook.com/ICKS.stencil) lavora con la tecnica dello stencil e attinge a un immaginario pop, riletto con ironia e una critica costante agli stereotipi consolidati, affrontando spesso anche tematiche sociali. Attualizzando la lezione di Warhol, di Debord e di Rotella, UNO (www.facebook.com/UNOstreetart) gioca con la tecnica pubblicitaria, cambiandola di segno, attraverso la ripetizione all’infinito e l’uso di spray e pitture fluorescenti in abbinamento alle tecniche del poster, del collage, del decoupage e in generale della manipolazione della carta. Il volto simbolo della famosa pubblicità di una cioccolata viene reso da UNO un’icona della possibile rivoluzione del singolo nei confronti della società di massa.

Di fronte ad una iniziativa così Hip Hop come quella di approcciare ad un contesto urbano con l’intento di un arricchimento estetico di luoghi in stato di avvizzimento, per trasformarli in occasioni di condivisione, incontro e riflessione, abbiamo prontamente preso contatto con l’organizzazione della manifestazione per sottoporre qualche domanda direttamente alla direttrice artistica di “CVTà – Street Fest”.

Ciao Alice, grazie mille per la disponibilità e benvenuta su LaCasaDelRap! Prima di focalizzarci su quelli che saranno i temi del Festival, vogliamo sapere da te, com’è maturata AliCè durante il suo percorso artistico? Risalendo, se esistente, al suo background legato alla cultura Hip Hop.
Negli anni Novanta, In Italia si diffondeva sempre di più la cultura hip hop, il rap, la breakdance. E i graffiti. La mattina al Liceo Artistico disegnavo le modelle, il pomeriggio con gli amici imparavo altri modi di fare arte. Un percorso opposto a quello indicato dai miei professori per intraprendere una luminosa carriera artistica (confesso che allora non avrei mai immaginato che un giorno fare graffiti avrebbe potuto essere “lavoro”). All’Accademia di Belle Arti poi ho scelto il corso di pittura. In quel periodo già sentivo che dovevo prendere una distanza da quella visione dell’arte. Ho scelto la strada, l’incidenza del colore sul muro e il contatto rapido ed estemporaneo con i passanti. Essere influenzata da un posto con una sua storia è sicuramente diverso dallo stare di fronte ad una tela bianca o a una pagina di Photoshop. Ho iniziato nel mio quartiere e poi lavorando e dipingendo in viaggio per molti anni, più di mille muri, per le strade di tutti i continenti del mondo. Nessuna Scuola d’Arte o Accademia mi ha insegnato tanto quanto dipingere per le strade del mondo.

Proprio in relazione alla cultura Hip Hop, pensi che la concezione attuale di street art, abbia ancora una relazione stretta con la prima aerosol-art e le altre 3 discipline del movimento? Oppure ad oggi la consideri una forma d’arte, per te una professione, sempre più lontana da quel contesto, anche culturale?
Se dovessi riassumere molto, direi che la cultura hip hop ha offerto un’alternativa. L’hip hop ha davo voce in tutto il mondo a più di una generazione che ha cominciato a pensare ed esprimersi con la propria testa, attraverso i mezzi a disposizione, al di fuori delle scuole e delle gallerie, aldilà delle classi sociali. Quello che accomuna tutte le discipline è per me un messaggio: si te stesso, nella tua unicità, con il tuo stile. Più sarai te stesso più inventerai un segno, un passo, un suono cui dare un nome. Bastava un cartone, saper modificare un mixer o un tappo del deodorante per ballare, suonare e dipingere sul miglior palcoscenico: la città. Oggi quando si parla di street art c’è molta confusione perché è un fenomeno talmente contemporaneo che non si può ancora definire. Per quanto riguarda la cultura dei graffiti l’idea è che comunque quella che un artista è libero di dipingere dove vuole, quello che vuole, quando vuole. Che succede se la cultura alternativa diventa fenomeno di massa? Ora è in corso un paradosso. E’ cominciata da un pezzo l’epoca delle gallerie, delle aste e degli investimenti da parte delle istituzioni. Se da un lato la street art sembrerebbe aver perduto il suo spirito di rottura, purtroppo l’epoca dei processi penali ai writer non è per nulla finita. D’altra parte se un artista è chiamato e pagato per fare un muro, in realtà non si dovrebbe parlare di street art, ma piuttosto di muralismo. In questo modo non rimane molto di quella spontaneità tipica di questa forma d’arte. A essere sinceri non vedo quale potrebbe essere una norma, una deontologia del writer. C’è ancora moltissima confusione. Per esempio, di cosa stiamo parlando? Libera espressione? Vandalismo? Postgraffiti? Street art? Arte? Non credo che Bansky sia un writer e credo che alcune esperienze siano più collegate all’arte concettuale o all’happening piuttosto che alla cultura hip hop. Non credo inoltre che il fiorire di presunti curatori e dei muri su commissione sia sempre una buona cosa. Chi decide se quello è un artista e l’altro no? e se lo decide solo chi ha i soldi, che differenza c’è dai tempi degli affreschi? Insomma la strada è lunga e se è vero che l’arte parla al futuro allora sarà tutto più chiaro nei prossimi anni.

Durante un convegno a cui ho avuto modo di assistere Martha Cooper disse “Graffiti è scrivere il tuo nome con stile”, una frase che in qualche modo riassume uno stile di vita. Cosa rappresenta per te il writing e l’arte in generale?
Lascia IL segno, non un segno. Ask to Martha, che lo sa bene.
Attraverso le sue foto ha ispirato generazioni diffondendo globalmente questa cultura (e non c’era neanche internet!) Biblioteca vivente, custode di oltre trenta anni di scatti e storie di un movimento. Questa donna piena di energie è un esempio vivente di questo stile di vita sempre “sulla strada” (Parigi, Mosca, New York, Roma solo per citare alcune delle città in cui ci siamo viste).

Il tuo obiettivo personale, da direttrice artistica dell’evento, quale sarà? Come lavorerai con i sei colleghi che sono stati coinvolti, per ritenervi complessivamente soddisfatti alla chiusura del Festival? Frutti che comunque si potranno raccogliere solo in un secondo momento da parte della cittadinanza del luogo. La manifestazione resta una sorta di “rito della semina”, sei d’accordo?
Questo non è un festival. O almeno non è nato così. Un anno fa ho ricevuto una mail da un piccolo paese del Molise, Civitacampomarano, mi chiedevano se fossi interessata ad andare a dipingere nel borgo. Per me non è un paese qualsiasi, è il paese natale di mio nonno, ma questo l’autrice della mail non lo sapeva. Così sono andata in Molise per realizzare una serie di interventi, prendendo spunto da fotografie d’epoca della vita del paese e per celebrare a modo mio il passato storico di Civita e mio nonno. Ho dipinto su vecchie porte, per ricordare quello che un tempo era lì e che ora non c’è più, molte case bellissime sono ora vuote, lo spopolamento è stato enorme e Civita oggi ha poco più di 400 abitanti. Oggi nel paese i bambini sono pochi e frequentano la scuola nelle vicinanze, perché le scuole a Civita hanno chiuso da tempo. Da una coincidenza è nato un progetto artistico che ha coinvolto un paese intero. Questo bellissimo borgo è un po’ il simbolo di un’Italia dimenticata che ha voglia di rinascere. Gli abitanti rimasti hanno dato a disposizione i loro muri e così quest’anno ho convolto altri sei artisti: Biancoshock, David De La Mano, Hitnes, Icks, Pablo Herrero, Uno. Ognuno con uno stile e una poetica differente che pero s’inserisce nel contesto del borgo con dei progetti ad hoc.

Come saranno organizzate le 4 giornate della manifestazione? Spiegaci cosa si dovranno aspettare le persone che ad Aprile confluiranno a Civitacampomarano, locali e turisti ovviamente! Cosa troveranno in loco e quali atmosfere potranno vivere?
Dal 21 al 24, mentre gli artisti Biancoshock, David de la Mano, Pablo S. Herrero, Hitnes, ICKS e UNO, realizzeranno i loro interventi sui muri, sono previsti una serie di eventi collaterali dedicati alla scoperta del territorio. Visite guidate rivolte agli alunni delle scuole, Un laboratorio in collaborazione con Legambiente, che mescola arte ed ecologia attraverso un cantiere temporaneo di riprogettazione dal basso tra le strade del borgo. Street food. Negli angoli del borgo per offrire ai visitatori le pietanze tipiche di Civitacampomarano, cucinate dalle signore del posto. Trekking. Domenica 24 un pomeriggio in musica che fa incontrare i linguaggi dell’hip hop con le note ripescate nelle soffitte dei nonni. Dj Gruff, incontra gli abitanti di Civitacampomarano, giocando con i ricordi personali e collettivi scaturiti dai vecchi vinili sopravvissuti al passaggio del tempo. In questo modo sarà possibile ricostruire un’originale colonna sonora della memoria, gettando un ponte tra passato e presente. I vecchi dischi rispolverati per l‘occasione saranno attualizzati e rivisitati dallo scratch di Gruff e dalla breakdance di Eddy. Il tutto intramezzato dai racconti degli abitanti che, ciascuno dalla propria canzone, ricuciranno un percorso emozionale per far rivivere la Civitacampomarano che fu. Tutte le info sul sito www.cvtastreetfest.com

Anche la street art è diventata materiale da talent. “Street Art Master”, format USA trasmesso anche in Italia, è stato il programma televisivo che lo ha sdoganato. Cosa ne pensi della formula? Ritieni che il meccanismo possa comunque essere vicino ai programmi che documentano televisivamente iniziative simili a quella del “CVTà – Street Fest”, oppure ne cogli delle differenze?
Sì, tanto che non ci vedo nessun paragone possibile.

Una curiosità sulla conservazione delle opere. Come ritieni che i lavori realizzati all’aperto, in strada, possano sopravvivere al tempo, al clima, agli eventi, allo stato delle superfici su cui vivono? Se ritieni che questo sia dovuto, ovviamente. Oppure, prevale il concetto della fugacità del momento cui appartengono, e la loro ciclicità ed alternanza?
Io non sono troppo interessata alla conservazione: l’arte in strada è effimera, soggetta al tempo, alla natura, all’intervento dei passanti o delle amministrazioni. Una volta andata via le mie tracce continuano a evolvere con la città. In alcuni casi, resistono al tempo e invecchiano assieme al muro. Diventano parte integrante di quel luogo e di quella storia.


Foto di Fatima Mesaud

Di tutti i viaggi che hai fatto nell’ultimo anno uno in particolare mi è sembrato molto significativo e dall’alto valore simbolico, quello compiuto a Melilla. Che tipo di contributo, secondo te, è in grado di portare l’arte in questi contesti dove l’attualità è estremamente delicata e storicamente intrecciata con quanto accade oggi in Europa?
Melilla è un luogo unico, una città autonoma spagnola situata sulla costa nordafricana, un luogo (anzi, un “non luogo”) d’incontro – scontro di civiltà, tra prigione e libertà, tra schiavitù e salvezza, tra Occidente, Africa e Islam. Melilla confina con il Marocco ed è nettamente divisa in due parti: il centro con i palazzi eleganti, le vetrine e le bandiere spagnole alle finestre e la periferia, i quartieri popolari dove abitano le famiglie musulmane e i bambini con cui ho lavorato. Tutto intorno alla rete che divide la Spagna dal Marocco si nascondono i migranti che cercando di passare nel territorio dell’UE. Con l’organizzazione Kahinarte, ho dipinto con i ragazzi di strada. L’associazione ha lavorato nei quartieri periferici di Melilla per diversi anni realizzando numerose attività culturali, in particolare con donne e bambini, al fine di creare una città più inclusiva, aldilà delle divisioni economiche ed etniche. I ragazzi partecipano a diversi corsi con Kahinarte, dalla fotografia, al video, alla pittura e alla radio, attività organizzate con l’intento di espandere le possibilità per il loro futuro. Ecco cosa può fare l’arte. In queste zone la vita è vissuta per le strade e alcuni bambini meno fortunati, senza famiglia e senza documenti vivono in gruppo e sopravvivono di elemosina. L’ultimo giorno sono andata nel carcere femminile durante l’ora d’aria. Ho dipinto una donna seduta su un albero che guarda l’orizzonte, come mi hanno detto le detenute la natura è qualcosa che manca moltissimo nella vita carceraria. E’ impossibile parlare di Melilla senza nominare l’alta recinzione di confine, sormontata da filo spinato che circonda tutta la città. Ovunque si guardi il recinto si profila in lontananza. Si tratta di tre alte reti che non c’erano fino agli anni settanta e poi improvvisamente apparvero, prima più basse poi sempre più alte, separando Melilla e il Marocco. Ho dipinto in un campo pieno di scarpe di scarto e rifiuti vicino a un mercato. Le donne marocchine portano enormi mucchi di merce sulle loro spalle per passare attraverso la dogana con essi come “oggetti personali”. Per dipingere in un luogo simbolo come Melilla ho dovuto attraversare la città, le sue bellezze e le sue contraddizioni, parlando con le persone, scoprendo culture differenti che un tempo in fondo, convivevano serenamente, senza nessuna barriera.

Chiuderei provando ad immaginare con te il futuro. Il filone artistico attuale, tra 10 anni, avrà ancora una connotazione legata alla strada/naturale oppure traslocherà definitivamente verso un’esposizione museale/artificiale? Una manifestazione artistica simile a “CVTà – Street Fest” avrà ancora la possibilità di farsi portavoce dei valori legati alla voce di una comunità?
Non ritengo che questa evoluzione del movimento sia un cambiamento in peggio o in meglio, ma è un dato di fatto che chi inizia a fare street art oggi aspira a partecipare ai grandi festival, a essere esposto nelle gallerie, a finire sulle riviste, tutte cose cui all’inizio non si pensava. Sono cambiate le intenzioni forse per quanto riguarda la scena dei graffiti. Ci sono sempre più artisti che provengono da differenti background che sperimentano ora l’arte pubblica. Nel futuro prevedo che ci saranno sempre più diversi esperimenti effimeri fatti non solo da pittori ma da scenografi, tecnici del suono della luce. Infondo sono anni e anni che gli artisti escono di casa per esprimersi nella città (dagli impressionisti con i loro cavalletti, passando per le esperienze delle avanguardie, pensiamo solo alla land art, alla performance o all’happening). Per me, adesso, l’obiettivo è di dedicarmi sempre più a progetti collettivi e sociali.

Ringraziamo Alice per la disponibilità dimostrata e tutta l’organizzazione dell’“CVTà – Street Fest”, in particolar modo Jessica Stewart. Allo stesso tempo ringraziamo Stefano “Stephaz” Pistore che ha contribuito nel rendere possibile questa intervista.
Vi ricordiamo che la manifestazione, ad ingresso gratuito, si svolgerà a Civitacampomarano (Campobasso) dal 21 al 24 aprile 2016. Per tutte le informazioni:
www.cvtastreetfest.com
www.facebook.com/cvtastreetfest
cvtastreetfest@gmail.com

Per questo appuntamento è tutto dalla rubrica Ladies First. Jammai e LaFresh vi salutano, ricordandovi che potete proporre i vostri lavori alla rubrica scrivendo una mail a: info@lacasadelrap.com digitando nell’oggetto: Ladies First.
Stay tuned and see you soon!

 

Carlo Piantoni
Redattore
Superstite del forum, qui scrivo ancora con la passione di un utente. Con un focus sul panorama italiano, più che scrivere di rap lo ascolto e lascio spazio ai suoi protagonisti.