17 agosto 2019
Recensioni

Kendrick Lamar – To Pimp A Butterfly

>Dott.Hustler Dott.Hustler
Marzo 23, 2015
Difficile esprimere un parere leggermente discordante da quello della maggioranza, perché potrei apparire l’alternativo di turno o magari come colui che non ha capito nulla, ma non mi importa.
Prima di scrivere una recensione io ascolto il disco più e più volte, in questo caso la mia attenzione è stata raddoppiata, perché volevo capire quali fossero i motivi per i quali dopo un paio di ore dall’uscita le persone gridavano al classico, mentre io non lo ravvisavo.
Titolo e copertina hanno un significato ben preciso, perché nulla in questo disco è lasciato al caso, infatti l’autore nel outro dell’ultima traccia (Mortal Man) spiega il significato del titolo; le persone (il bruco) vengono modellate secondo l’ambiente e la società in cui vivono, molte volte in maniera moralmente deplorevole, ma una volta raggiunta la maturità (la farfalla), devono cercare di svoltare, di redimersi e, secondo me, Kendrick tramite la propria musica, vorrebbe dare inizio a questo scossone nelle coscienze delle persone (To Pimp a Butterfly).
Il suo messaggio è certamente universale, i destinatari sono persone che hanno vissuto in un ambiente simile al suo, dove il degrado e la violenza creano la corruzione morale e segnano i comportamenti delle persone, ecco perché la copertina raffigura un gruppo di neri molto probabilmente provenienti dal ghetto, che bevono mostrano soldi e sogghignano davanti alla Casa Bianca, creando così un forte contrasto tra l’immagine in primo piano e lo sfondo, ma con l’intento di mostrare come indipendentemente da dove sei, porti con te i comportamenti dell’ambiente in cui sei cresciuto.
Ritrovo anche una certa continuità con il lavoro precedente (good kid, M.A.A.D city), in cui  raccontava la storia di se stesso da ragazzo, intrappolato nelle dinamiche di quartiere che non condivideva; in questo disco si percepiscono ancora alcuni elementi caratteristici di Compton, ma adesso si ritrova in un nuovo ambiente, quello della notorietà che porta ad altre problematiche, ecco che Kendrick racconta situazioni e pensieri comuni stabilendo una connessione con l’ascoltatore, per poi alla fine ammonirlo e cercare di portarlo a riflettere.

La presentazione:
Kendrick adesso che è famoso ha danti un mondo a tratti differente da quello precedente; la società, ma soprattutto il mondo del rap, utilizza come unità di misura i soldi e l’opulenza, ed ecco che in “Wesley’s Story” inizia una velata critica al consumismo compulsivo, fattore alla base della crisi economica finanziaria americana:
 
“Don’t have receipts (Oh man, that’s fine)
Pay me later, wear those gators”

 
Questo ammonimento diventa più elegante e spumeggiante in “For Free?” perché vi ritroverete in una serata jazz, l’attenzione sarà verso Kendrick, ma vi farete trasportare comunque dalla melodia del piano suonato da Robert Glasper e dal sassofono di Terrace Martin. K.Dot segue con particolare maestria l’andamento della musica, se in Whiplash vediamo la disperazione dei batteristi nel cercare di andare a tempo, qui notiamo la facilità con la quale Lamar si fa trasportare dal ritmo.
Successivamente riemerge prepotentemente il Lamar che si era proclamato re, questa volta con un pezzo funk travolgente: “King Kunta
 
Now I run the game got the whole world talkin’, King Kunta
 
La boriosità tipica del rapper viene riproposta anche in “Instituzionalized” (feat. Snoop Dogg) dove spiega che questo suo atteggiamento è un retaggio dell’ambiente in cui è cresciuto.  L’esempio di questa parte “oscura” di Kendrick, è evidente in “These Walls” (feat. Bilal, Anna Wise & Thundercat), con una base funk, descrive questo amore carnale per una ragazza, che solo alla fine si rivela una vendetta, perchè la donna del travolgente racconto risulta essere la fidanzata del killer che ha ucciso il suo amico Dave (storia raccontata in “Sing About Me”). Un gesto vile e cinico che congela l’ascoltatore.

Ecco l’inizio del periodo di transizione e di depurazione:
Con la canzone “u” nascono i sensi di colpa in Kendrick, si chiede se non stia sbagliando tutto,  il motivo scatenante è la gravidanza prematura della sua sorellina. Il sassofono sottolinea il senso di smarrimento, Lamar offuscato dall’alcool, il cambiamento del tono di voce descrive molto bene un Lamar ubriaco, che comincia a colloquiare con se stesso pensando al suicidio.
 
Shoulda killed yo ass a long time ago
You shoulda feeled that black revolver blast a long time ago

 
La notte è passata, sembra che Kendrick abbia capito cosa vuole veramente, ed ecco che in “Alright” l’atmosfera si rasserena, K.Dot ci mostra la sua velocità e dinamismo nel flow, ma ecco ritornare il male, metaforicamente rappresentata da una donna: Lucy in “For Sale?”.
L’inizio della risalita è rappresentata in “Momma”, un voler ritornare alla sua torre di origine, lontano da tutto e da tutti. L’atmosfera richiama il suono degli Outkast, leggero e soave perché Kendrick è diventato più consapevole di se stesso, ma è in cerca di risposte, e le cerca in Dio.
 
“I can be your advocate
I can preach for you if you tell me what the matter is”

 
La consapevolezza comincia ad essere sempre maggiore, ravvisa parallelismi tra la violenta Compton e la società in “Hood Politics
 
“It’s a new gang in town, from Compton to Congress
…Ain’t nothing new but a flow of new Demo-Crips and Re-Blood-licans”

 
La svolta:
Ascoltando “How Much Dollar” (feat. James Fauntelroy & Ronald Isley) sentirete i brividi grazie al ritornello di Fauntelroy. La canzone chiave con cui Kendrick ha capito che la sua avarizia non gli permetterà di raggiungere il paradiso e da qui nasce il nuovo Lamar.
Il rapper  va contro tutti, denuncia l’ipocrisia degli afroamericani in “The Blacker The Berry” e la falsità nei rapper e nelle persone in “You Ain’t Gotta Lie”,
Ma il nuovo Kendrick molto probabilmente riesce ad apprezzare molte più cose adesso, ad esempio la bellezza delle donne di qualsiasi etnia in “Complexion” (feat. Rapsody) dando spazio alla rapper che incendia il microfono.
La rinascita si compie definitivamente con “i” in cui finalmente riesce ad apprezzare se stesso.
L’epilogo:
Il disco si conclude con “Mortal man”, epilogo perfetto, parla all’ ascoltatore direttamente, e l’esorta a dare una svolta alla sua vita come ha fatto lui.
 
Come vedete questo disco ha un messaggio profondo e in pieno spirito hip hop, il messaggio è l’elemento principale del disco, il tutto impreziosito da strumentali jazz e funk molte delle quali non campionate, riuscendo così a dare una dimensione più profonda alle parole tramite il suono.
Per come io intendo il classico del rap, questo non lo è, per il semplice motivo che, dal mio punto di vista, il rap in senso stretto, dev’essere ad un livello più alto di quello che Lamar ha mostrato in questo disco e soprattutto in maniera più continuativa, anche se in parte tale “mancanza” l’ha compensata con metafore, flow eclettico e capacità di storytelling. In passato ha dimostrato di saper giocare con le parole in maniera molto abile, mentre qui questa capacità emerge solo a tratti, resta comunque un ottimo lavoro, originale, ambizioso ed eseguito in maniera impeccabile, ma dalle eccellenze ci si aspetta sempre che si superino. 

8.5/10