20 giugno 2019
Recensioni

Walk This Way: abbiamo letto il nuovo saggio di Simone Nigrisoli

>Cristina Breuza Cristina Breuza
Dicembre 14, 2018

Partendo dalle fondamenta di questo fenomeno culturale, o meglio, “subculturale”, Walk This Way è il saggio di Simone Nigrisoli che mette in luce gli aspetti e i processi che hanno portato l’Hip Hop a rappresentare uno dei movimenti musicali (e non solo) più interessanti degli ultimi quarant’anni. Dai suoi primi passi, mossi nei sobborghi delle metropoli americane, fino al suo approdo in Europa e in gran parte del mondo. 

Viene presentato così il nuovo saggio dedicato alla subcultura Hip Hop, studiata nel suo passaggio fra gli Stati Uniti e l’Italia, intervistando figure fondamentali come quelle di Ice One, Assalti Frontali, Rula (ATPC). Noi de lacasadelrap.com l’abbiamo letto e analizzato per voi, per un nuovo episodio dedicato ai libri della cultura doppia acca che potete acquistare qui.

Una storia internazionale in Italia.

Avete letto Rap. Una storia italiana di Paola Zukar (2017)?
Indipendentemente dalla vostra risposta, se questo è la narrazione personale di una grande e competente manager circa le vicende che si sono susseguite nel nostro Paese attorno al genere musicale ad oggi più ascoltato su Spotify, Walk this Way. La subcultura Hip Hop degli Stati Uniti all’Italia del giornalista Simone Nigrisoli fotografa da un punto di vista sociologico la cultura, o meglio la subcultura in cui questa forma d’espressione affonda le sue radici.

Un’analisi di una subcultura

Tutto il libro ha un taglio critico e si sviluppa seguendo una prospettiva impegnata e accademica. Pertanto, all’inizio il saggio sembra indirizzato a un pubblico specifico di accademici o comunque di persone interessate a certe tematiche. Sono affrontati, infatti,  temi specifici sulle subculture, partendo proprio dal nome “subcultura”  e dal primi studi condotti su questo fenomeno.

Dopo aver delineato le diverse culture spettacolari europee, l’autore focalizza quindi la sua analisi sull’Hip Hop, prendendo il largo proprio dalla realtà che lo ha visto nascere: il South Bronx. Ne racconta le dinamiche, l’essenza complessa e spesso fonte di fraintendimento, e ne sviscera i caratteri universali, come ad esempio: la centralità dell’impegno, l’importanza della perseveranza e di miglioramento della propria condizione. Tutti elementi propri anche del “sogno americano”.

Oltre a questi, l’autore ricorda come nella subcultura Hip Hop siano di grande importanza l’essere veri (be real), spontanei (be fresh) rilassati, affidabili , tolleranti verso il prossimo (p.51), pieni di risorse, positivi  e non lamentosi di fronte agli urti della vita e non violenti.





Mood nato:

« dalla constatazione che la violenza, anche quando viene scatenata da movimenti legittimi contro le ingiustizie, si ritorce sempre contro i più svantaggiati e le classi sociali più povere» (p.52)

L’Hip Hop, nato all’interno di situazioni marginali ed esplosive come i ghetti, appunto, indirizza rabbia, violenza e distruttività in pratiche positive, produttive e creative. Aspetti questi che mostrano ancora oggi la loro carica, non più solo a livello locale, ma globale!

La Zulu Nation e i suoi principi

Molto interessante, inoltre, è l’approfondimento sui diciotto principi della Zulu Nation che racchiudono la base etica del movimento hip hop.
A livello personale ne richiamo alcuni particolarmente significativi:

2. La Kultura Hip Hop rispetta la dignità e la santità del­la vita senza discriminazioni o pregiudizi. […].

4. […] La Kultura Hip Hop incoraggia la fratellanza, la cooperazione tra uomini, donne, ragazzi e la famiglia. Siamo consapevoli di non essere portatori intenzionali di qualunque forma di disprezzo che potrebbe compromettere la dignità e la reputazione dei nostri figli, anziani o antenati.

7. L’essenza dell’Hip hop va ben oltre il semplice intrattenimento: i suoi elementi possono essere mezzo per acquisire soldi, onore, forza, rispetto, supporto, sostentamento, informazioni e altre risorse. Ciò nonostante l’Hip Hop non si può comprare, né si può svendere. Non può essere mai trasferito o scambiato a nessuno per alcun valore e in nessun modo. L’Hip Hop è un principio senza prezzo per ogni persona responsabile. L’Hip Hop non è un prodotto.

10. Gli Hiphoppers sono incoraggiati nel costruire significative e durature relazioni che supportino l’amore, la fiducia, l’uguaglianza e il rispetto. Gli Hiphoppers non dovrebbero tradire, sfruttare o imbrogliare i loro amici.

11. La comunità Hip Hop si deve considerare come un gruppo di persone consapevoli di appartenere ad una kultura internazionale che fornisce ad ogni razza, tribù, religione e popolo una base per la comunicazione delle loro migliori idee e dei loro migliori lavori. La Kultura Hip Hop unisce popoli che hanno diverse abilità, fedi religiose e origini e si impegna nel raggiungimento e nello sviluppo della pace.» (pp 59-63)

Sono principi molto interessanti soprattutto alla luce di alcune dinamiche che contraddistinguono la nostra società. Pertanto, varrebbe la pena averli in camera in un quadro e leggerli spesso; oppure stamparne dei pezzi su di una maglietta e portarli in giro e farli leggere al chiunque incrociamo per strada, perché l’Hip Hop è condivisione!

Il ruolo dei media nella rappresentazione della subcultura

Dopo aver ricordato i principi della Zulu Nation, il giornalista spiega la difficoltà da parte dei media di narrare efficacemente le modalità di organizzazione della subcultura. Queste vivaci ed eterogenee espressioni artistiche, di vita e di valori, spesso sono state riduttivamente incasellate nel fenomeno delle bande (p.64).
Tratteggia poi la centralità dell’abbigliamento e dello stile, che come altre culture spettacolari, caratterizzano anche l’hip hop.

RAP

Il giornalista concentra, poi, la riflessione sul genere di riferimento della subcultura statunitense: il rap. Questa nuova forma di poesia orale e urbana (Lapassade, 2009) mette in rima gli aspetti più disparati della società. Tant’è che si possono individuare tre “souls” principali, contrastanti e fortissimamente intrecciate tra loro: da party, message e gangsta (p. 74).

Il rap in Italia

L’ultima sezione del saggio tratteggia come la scena culturale italiana si è appropriata di questa forma d’arte e delinea le sue dinamiche particolari come ad esempio il carattere anti guadagno. Questo aspetto è denunciato anche da Guè Pequeno con la canzone Milionario (in Gentleman – Red Version, ft. El Micha, 2017 ):

«In Italia se fai soldi la gente non ti sopporta […]
Make money, money
Take money, money, money
Fake milionari sugli Instagram italiani
Su Internet mi scrivono “devi restare umile”
Sembra che ti fa schifo il cash, daresti tutto all’UNICEF
E frate sono guai, sperano che non li hai, ti odiano se poi li fai»

Questo perché, spiega l’autore:

« anche dopo aver cambiato argomentazioni e obiettivi, l’hip hop italiano ha continuato a essere condizionato da una matrice ideologica di estrema sinistra, con la conseguenza che chiunque» provi «a guadagnare più soldi del dovuto per soprav­vivere, » sia «poi screditato dall’intera scena » (p.83)

Ciò ha prodotto un vero e proprio “circolo chiuso” molto distante dall’approccio hip hop più autentico e originale, che «nasce invece come una subcultura che deve aprire a chiunque e senza pregiudizi »(pp.83-84) .

Un altro aspetto è il mescolamento  di « elementi desunti dall’hip hop americano, con elementi italoromanzati» particolari e facilmente distinguibili. Pensiamo ad esempio alle rime dei Co’Sang, oppure a quelle dei Cor Veleno, oppure di Speranza.
Ciò fa del rap italiano un’ espressione autenticamente glo-cale (Robertson, 2004)!

Altro topic che attraversa il dibattito all’interno della subcultura italiana è la questione dell’autenticità. A riguardo Marracash in Valentino (in Marracash 10 anni dopo, 2018 ) afferma:

«Strada, strada, strada, strada

Però in strada avete preso solo freddo»

Questi sono alcuni degli elementi di cui si compone la storia italiana del Rap.
Il libro culmina poi con alcune interviste di alcuni esponenti italiani del movimento hip hop, come Ice One.
Al loro interno sono espresse posizioni contrastanti, anche verso la linea portata avanti da Nigrisoli. Tali contrasti mettono in evidenza la complessità di un “territorio cultuale” (p. 93),  che – avendo raggiunto una sua maturità e un’“emancipazione” rispetto al modello americano e quindi una forma variegata al suo interno – rappresenta un’opportunità di crescita, di rivalsa e di successo per le persone più diverse dalle provenienze improbabili. Eppure queste sono capaci di stupire, di incuriosire, di stordire, oppure semplicemente d’infastidire…