17 novembre 2019
Recensioni

Il tocco di Mida: Don Joe si racconta

>Cristina Breuza Cristina Breuza
Novembre 06, 2019

Bentornati tra queste righe! In tempo di Halloween, appena trascorso, il mood sono maschere e travestimenti. Come tutti/e sanno, il confine tra persona e personaggio è sempre molto labile. Che cosa, allora, si cela dietro al libro di Don Joe, Il tocco di Mida, edito da Mondadori?
Contrariamente alle altre volte, non ho molte risposte. Leggendo, in modo spedito, mi sono venuti in mente tanti punti di domanda. Uno di questi, che voglio condividere con voi, è appunto: quanto un personaggio mitologico come il re Mida può oscurare la persona tout court?

Il tocco di Mida è, infatti, un oscillare difficile tra il racconto dello spaccato personale e la narrazione dell’evoluzione professionale del produttore milanese. Nel racconto intimo e diretto di Don Joe, la lucidità dell’uomo adulto si intreccia all’umiltà dell’artista e la spavalderia del personaggio dei Dogo si lega all’acutezza del capo dell’etichetta Dogozilla (p. 34). Si crea così un cocktail davvero interessante e dal retrogusto particolare.

Chi ha talento s’impegna

Il racconto è fluttuante. Narra come fare buona musica sia, sì, un dono, una predisposizione, ma che questi elementi non bastano! Niente di buono viene facilmente, senza impegno, o per puro culo! E anche se nell’arte non c’è un libretto d’istruzioni (Ensi ft. Attila, Rat Race, 2019), né ricette prestabilite, la dedizione, la costanza sono elementi fondamentali!

La capacità di creare un sound adatto ad un brano “in parte è un dono e in parte sbattimento, duro  lavoro ed esperienza”(p. 5). Costanza e dedizione sono sostenute da una rabbia, da un amore o “fuoco sacro” che è la passione dura e pura. La quale spinge a dare il massimo, ad applicarsi ad aggiustarsi anche in situazioni o studi di registrazione improbabili!

I Dogo avevano diversi topic nelle canzoni, primi fra tutti: i soldi, di provenienza dubbia magari, come si racconta nelle Confessioni di una banconota (2019). Eppure non erano la base da cui sgorgava la spinta propulsiva per creare arte e raccontare la vita di strada. Il flusso che ora guidava, poi  trascinava, quindi accompagnava era orientato, piuttosto, a trovare una dimensione personale, prima ancora che professionale e lavorativa. Era qualcosa di più alto e culturale che muoveva, si avvicinava e t’avvinghiava, portando i tre artisti ad affratellasi, frequentare persone e situazioni disparate. A tal proposito Don Joe dice:

«Nessuno di noi, però, pensava anche solo lontanamente ai soldi; di soldi, per chi faceva roba come la nostra, in Italia non ce n’erano, punto. Non era per quello che lo facevamo. Era qualcosa di più alto e importante a spingerci […]La verità, per quanto folle possa sembrare, è che è l’hip hop che sceglie te, e non viceversa» (p. 6).

Grazie agli elementi che lo caratterizzano precisa:





«L’hip hop ti smuove dentro delle emozioni e delle sensazioni che non possono essere descritte a parole. Innesca in te la voglia di fare una ricerca personale che a un certo punto diventa quasi una missione; una specie di valanga prodotta da un sassolino.» (p.7).

 A questa subcultura si può essere introdotti da un fratello, come Don Joe, un film, una canzone, un libro, oppure per dirla con gli Articolo 31: grazie «amici esauriti» in «notte felici di vizi proibiti» (Gente che spera,2002). E voi vi ricordate il primo contatto con questa subcultura? Quale degli elementi ha lasciato in voi quell’impronta invisibile quando indelebile? 

Nel mio caso è stata la canzone Dio lodato di Joe Cassano, seguita dall’album, L’Italiano medio, Oh My Goodness! Facevo le medie! E poi certo la passione di una mia amica per il Breaking…

La vita segna

Il merito dell’Hip Hop, inoltre – insegna Don Joe – sta anche nell’avergli dato qualcosa in cui immergersi anche se “la salute ti azzoppa” (p. 76). Grazie a questa passione e ai suoi ritmi ha mantenuto uno spirito propositivo e attivo, gestendo così un duro empasse della sua vita: diventare diabetico! Come dire, se la vita ti dà limoni, tu fanne una spremuta. Tieni il meglio e trasforma il disagio in bellezza: che bello essere noi!

Il Dogo insegna 

Fondamentale è poi il denso, diretto, onesto e vibrante flashback sul periodo dei Dogo. Il gruppo ha avuto il merito, tra le altre cose, di sdoganare il così detto rap da party o gangsta rap in una Nazione non pronta a comprendere un certo immaginario e vissuto street intenso, controverso, duro, esaltato, esagerato, sfrontato e senza filtro. 

Proprio per questo i Dogo furono infatti accusati di promuovere la droga, i soldi, uno stile di vita indecente e di veicolare un’immagine di donna come oggetto (p. 58) e non rispettosa. Raggiungere un grande pubblico non è, quindi, sempre facile per un artista, me che meno per un produttore:

«È capitato che qualcuno mi abbia tolto il saluto per via di concetti espressi da Jake o da Gué in questa o quella strofa, concetti che magari non condividevo neppure. O, peggio, è capitato che qualcuno mi abbia odiato a prescindere per associazione. Il ragionamento era più o meno: “Odio Jake e/o Gué, quindi non posso che odiare anche Don Joe, perché se fa parte dei Club Dogo dev’essere per forza uguale a loro”. In termini di individualità, fare parte di un gruppo è un’arma a doppio taglio» (p. 60)

 Infatti, i Dogo al loro interno erano molto diversi. Se per Gué erano un step nella carriera, per Jake la Furia e Don Joe rappresentavano molto di più (p. 125). Proprie queste diversità, o priorità non conciliabili furono alla base dello scioglimento… Non siamo più quelli di Mi Fist era una dolorosa e diretta confessione, non una presa di posizione ironica!

L’Hip Hop ai tempi dei social 

L’autore sposta, quindi, lo sguardo dal passato al presente. L’analisi è nitida e disincantata e senza mezzi termini. Il contesto attuale è frenetico, il gusto per la lentezza è tramotanto, per lo meno in Occidente: si vuole tutto e subito (Kento, 2019). 

L’uso smodato dei social esalta l’apparenza, la distorsione della realtà, la superficialità e l’inconsistenza. Magari i Dogo erano irriverenti ed espliciti, ma raccontano la loro realtà personale. A tal proposito sottolinea la poca credibilità di alcuni aspiranti artisti urban:

«ho l’impressione che molti ragazzi, oggi, non abbiano capito quanto bisogna essere motivati per fare strada nel rap. Non è un part-time» (p. 135) 

Non è nemmeno un obbligo, né tutti o tutte a livello personale hanno quell’attitudine che caratterizza un rapper:

«Se vuoi essere un rapper (o un produttore) duro e puro, non puoi essere un babbo. Non puoi dire cose turpi nelle canzoni e poi essere uno sfigato nella vita. Devi avere una certa attitudine, e se hai quindici anni e non sei mai uscito da casa di tua mamma, difficilmente ce l’avrai […] ». 

Poi rincara servero, ma giusto. Ci sarà quello:

«più sveglio, più di strada, più figlio di puttana, e ti mangia vivo. Il gioco è questo, e se non sei in grado di giocarlo o di cambiare le regole a tuo favore, ti conviene cercarti un altro genere musicale» (p. 135).

Un altro messaggio che traspare dalle righe di Don Joe è: qualsiasi ambiente tu decida di avvicinarti occorre sapere, saper fare e in particolare saper essere in modo autentico: Be Real è un principio portante della subcultura Hip Hop.

Anche da Guè Pequeno che in Qualcosa in cui credere, nel nuovo album di Marra, Persona confessa:

«Credevo nella Cultura, mo son tutti finiti (tutti)
Pregano per il vestiti, fratè credono nei filtri (Damn)»

Adesso andate oltre alle mie parole, che sono tiepide: siate intrepidi, folli, eppure impegnati, caparbi e fiduciosi in voi stessi. Cercate gli incendi e fate in modo che gli incanti vi trovino! E soprattutto non fermatevi all’apparenza di un fenomeno culturale: andate oltre il personaggio, cercate le persone!

Vi lascio in play l’ultimo singolo di Don Joe… alla prossima puntata!